Danse l’Afrique encore

 

§ Giovani promesse

Aly Karembé, maliano, ex ragazzo di strada, ex danzatore del gruppo Donko Seko, in formazione ad Aix en Provence presso la compagnia Preljocai/Pavillon noir, è per me l’artista-simbolo della Biennale. Convincente interprete maschile di un bel duo di Kettly Noël e di un assolo montato in partnership con il Ballet Preljocaj, collaboratore e danzatore negli interventi all’interno dei licei della città insieme con i ragazzi di Guillaume Siard, ha anche presentato in concorso una coreografia commovente e intensa per due interpreti maschili, danzandola in coppia con Junior Zafialison.

Danse esprit, danse en corps et encore è un passo a due ritmato dai tamburi del Bronx e dai silenzi;  prende vita nel buio denso, appena rischiarato da una lampada da minatore, che diffonde una livida luce bluastra in una piccola porzione dello spazio scenico. Lì c’è un tavolaccio metallico su cui è abbandonato un corpo, i cui contorni sfumano nel nero e si indovinano appena. Come in una Deposizione rinascimentale il corpo adagiato viene ripetutamente manipolato, spostato, sollevato e anche sbattuto, in una coazione a ripetere che tocca i tasti della tenerezza e della crudeltà. Il freddo piano del tavolo risuona ai colpi violenti degli arti o del corpo intero; a tratti ci sembra di vedere un banco di macelleria con tagli di carne in vendita. Poi i ruoli si scambiano, i due corpi si spostano nello spazio nuotando nel buio e tutto ricomincia quasi identico da un’altra parte. Echi di lavori forzati, sfruttamento, passione si rincorrono mentre due tonalità di pelle si susseguono senza mai confondersi. Sul fondale, una cornice nera ogni tanto inquadra come una bacheca un’esposizione di corpi esausti. Se non fossi in Africa penserei ai caravaggeschi e a Francis Bacon.

Aly Karembé e Junior Zafialison presenteranno questo duo in Francia nel 2011, su invito del Ballet Preljocaj.

  1. Irene

    Sarebbe davvero interessante vedere dei movimenti costruiti su una coscienza collettiva, mossi però non dal ritmo frenetico di una canzone, ma da mezzi comuni, tipici della propria civiltà, come i tamburi e dal Silenzio. Sarebbe interessante, non essendo più abituati alla possibilità di Comprendere davvero ciò che abbiamo davanti agli occhi, guardare e quindi studiare un’arte così potente come la danza, esplicitata al massimo attraverso il movimento, nel Silenzio e nel Buio! Inoltre ciò che mi ha incuriosita è cercare di capire quale sia la differenza sostanziale, tra una rappresentazione del genere ed invece un balletto classico. Entrambi Esprimono qualcosa, un modo di essere, ma su piani diversi.. vorrei capire quali! La danza tipica di un certo paese può risultare più espressiva perchè cede il posto al Simbolo attraverso cui si esplicita ciò che si è, mentre la danza classica può apparire come un linguaggio più universale..Irene

    • monicavannucchi

      @ Infatti, cara Irene, è stato interessante e arricchente! Anche abbastanza inaspettato nel panorama della Biennale di danza contemporanea africana, che generalmente, ha presentato lavori più convenzionali, con una relazione molto esplicita, secondo me, tra tradizione e innovazione, come se fosse un poco l’unico problema su cui i coreografi del continente si debbano concentrare. Il lavoro di Aly mirava a situarsi all’interno della corrente cosiddetta del teatro-danza, così come lo può vedere o immaginare un giovane artista maliano. La relazione con un balletto classico? Siamo lontanissimi sul piano della costruzione formale, sul piano dei codici espressivi, su quello del gusto. Non credo siano utili dei paralleli. Anche se volendo si possono sempre fare, certo. Spero di riuscire a procurarmi il video di questo lavoro, così potremmo parlarne più approfonditamente. Però intanto puoi guardare su youtube il lavori di molti dei coreografi presenti al festival.ciao, monica

  2. Rosy

    ho trovato la descrizione di questo passo a due davvero molto suggestiva. l’avevo letta di sfuggita qualche giorno fa, quando ho dato uno sguardo, diciamo, complessivo al tuo blog, e adesso, con un po’ più di tempo libero domenicale, ho sentito un’esigente curiosità di soffermarmi. è stato sorprendente come la forza delle tue parole sia riuscita a evocare un’immagine incredibilmente viva – magari non corrispondente a quanto hai visto direttamente – ma comunque nitida nella mia mente. come se si fosse aperto un quadro nella mia immaginazione. leggendo sin dalle prime righe mi è subito venuto in mente un collegamento col teatro-danza,di cui ho trovato conferma nella tua risposta al commento di irene. la cruda semplicità della scena mi ha ricordato un’esperienza che ho vissuto qualche anno fa col coreografo siracusano dario la ferla. io e altri 4 ragazzi abbiamo messo in scena uno spettacolo di teatro-danza per l’appunto(scritto da noi insieme a dario),frutto di un ”work in progress” di alcuni mesi. il titolo era ”l’ombra nel cappello” e ricorreva a una scenografia essenziale costituita da un telo bianco che utilizzavamo come proiettore di ombre (con una chiara intenzione di rimaneggiare la tradizione del teatro orientale),e una lampada forse simile a quella di cui parli tu, maneggiata da uno di noi che seguiva l’andamento dello spettacolo orientando le proiezioni, l’alternanza buio-luce, il suo ritmo. non mi dilungo nel raccontarti le dinamiche di questo spettacolo, ma trattandosi di un’esperienza indimenticabile per me, che mi ha arricchito enormemente e che ancora oggi ricordo come una tappa decisiva del mio percorso di crescita artistica e umana, mi piacerebbe chiederti se le tue lezioni prevedono anche un’attenzione per esperienze di questo tipo. io trovo molto interessante il lavoro sul corpo, sarà che mi incuriosisce in quanto ambito a me poco familiare, dal momento in cui a parte il lavoro con dario, qualche lezione di danza quando ero molto piccola(e tanto timida da rinunciare dopo i primi due mesi) e le esperienze teatrali nelle quali chiaramente il corpo è coinvolto, non ho mai approfondito lo studio delle infinite possibilità espressive che il corpo offre, e mi piacerebbe moltissimo poter essere capace un giorno di raccontare qualcosa, di COMUNICARE qualcosa,anche senza aver bisogno di troppe parole, e senza aver bisogno di troppo in generale. l’essenzialità della comunicazione, che poi forse è anche la sua maggior ricchezza: pulizia da inutili orpelli (verbali e non) per una superiore chiarezza ed efficacia del messaggio, senza tuttavia rinunciare alla bellezza,al gusto estetico. anche adesso, mentre lo scrivo, penso che sia un risultato così tremendamente difficile da raggiungere!!
    è un desiderio accessibile a una ragazza che come me non ha alcuna esperienza di danza?
    a presto,
    rosy

    • monicavannucchi

      @rosy, ma certo, sicuramente è accessibile; altrimenti cosa faremmo noi docenti, che senso avrebbe il nostro lavoro con voi, su di voi? quello che mi racconti sulla tua esperienza è molto interessante: non conosco Dario La Ferla purtroppo, ma sono contenta che quello che hai scoperto nel lavoro con lui, ti abbia permesso oggi di “capire” ciò che ho tentato di descrivere nel mio post. Ricordo, come se fosse adesso, la sensazione di felicità che ho provato, come giovane danzatrice alle prime armi, quando mi capitò di rivedere sulla scena qualcosa che potevo decifrare, per avere attraversato esperienze molto simili! è una sensazione di condivisione bellissima, dentro di te pensi:” ma allora sono sulla buona strada con il mio lavoro!” ciao, monica

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