Danse l’Afrique danse

§ Il festival 

Più di 200 artisti tra danzatori e coreografi di 16 paesi del continente africano, si sono dati appuntamento quest’anno a Bamako in Mali, per l’ottava edizione di Danse l’Afrique danse; una Biennale internazionale di danza, precedentemente ospitata in varie città africane e in una occasione anche a Parigi.
La manifestazione, che si è svolta dal 29 ottobre al 5 novembre, è stata densissima di appuntamenti nei luoghi ufficiali del festival, come il Palais de la Culture, il teatro Blonba, il Centre Culturel Français, e ha animato inoltre le vie della città, i quartieri centrali o periferici, i licei, i mercati, con la presenza di numerose performance, seguite con grande curiosità e partecipazione dal pubblico maliano. La collocazione di quest’edizione in Bamako è stata fortemente voluta da Kettly Noël, danzatrice, coreografa e docente, che con il suo centro coreografico Donko Seko, porta avanti da anni in qualità di pioniera, una battaglia per la formazione dei giovani di strada attraverso la danza contemporanea.  E, cosa veramente rilevante, l’intero festival è stato sostenuto con convinzione dal Ministero della Cultura del Mali e dal Dipartimento di scambi e cooperazione artistica di Culturesfrance, diretto da Sophie Renaud.

§ Il concorso
All’interno del festival una sezione era dedicata a un concorso coreografico, diviso in due categorie: assolo e  gruppi. La giuria, molto autorevole, era presieduta dall’instancabile Angelin Preljocai , di cui anche recentemente avevo avuto occasione di parlare qui.  
Gli altri membri:
Syhem Belkhodja, tunisina, direttrice de “ Les rencotres chorégraphique de Carthage” e del Centro mediterraneo di Danza Contemporanea
Salvador Garcia, direttore di Bonlieu Scéne Nationale d’Annecy (Francia)
Sandro Lunin, direttore artistico di uno dei più interessanti festival europei di Teatro e danza, il Zürcher Theater Spektakel (Svizzera)
Gregory Maqoma, danzatore, coreografo e insegnante dal Sud Africa
Alioune Ifra N’Diaye, direttore di uno spazio teatrale a Bamako, il Blonba
Sophie Renaud, come già dicevo direttrice del Dipartimento di scambi e cooperazione artistica di Culturesfrance
Come si vede un gruppo di personalità prestigiose a livello internazionale, che si è rivelato infaticabile, molto curioso, aperto, competente.                                                                                                                                                     

Per i risultati del concorso potete fare riferimento al sito. Qui racconterò di alcuni artisti che, a vario titolo, mi hanno particolarmente colpito ed emozionato.
Comincerei con il nigeriano Qudus Onikeku, la cui formazione comprende anche un periodo presso una importante scuola di circo in Francia. Artista nomade, molto maturo culturalmente, ha presentato un assolo dal titolo emblematico: My exile is in my head. Di se stesso dice:” il mio corpo è la mia casa. Quando viaggio, lo faccio consapevolmente con le mie radici e cerco di ricreare ovunque una comunità empatica. Il ruolo di un artista è quello di riuscire a colpire”. Dialogando magistralmente con il musicista Charles Amblard,  moltiplica se stesso con proiezioni sul pavimento bianco e sul proprio corpo; costruisce frasi dinamiche che si ripetono in loop nella ricerca di una sorta di estasi, al contempo mistica ed energica, creando una bella sintesi di contemporaneità e tradizione. Una composizione molto elegante ed equilibrata e una convincente interpretazione, che gli hanno meritato il premio riservato alla categoria  degli assolo.

Ho molto apprezzato anche la proposta del tunisino Selim Ben Safia, intitolata Smurfeddin,  così  dissonante dal comune bisogno di mettere il proprio corpo, la propria fisicità possente al centro della scena. Selim è mingherlino, longilineo, con un viso intenso e l’espressione distaccata e ironica. Si ispira alle linee “rotte” della break dance, isolandole e immobilizzando il movimento in pose sghembe e impossibili, che spesso richiamano l’innaturalezza di un cartoon. Sgangherato e rilassato però formalmente ineccepibile, è portatore di una poetica delicata e strafottente e di una composizione più performativa che coreografica, inusuali nel panorama del festival. Da tenere d’occhio!

L’ultimo assolo di cui vi vorrei parlare è quello presentato dall’artista malgascio Junior Zafialison, interprete anche di un’altra interessante proposta in concorso nella sezione “gruppi”.
Prima ancora che il danzatore compaia sulla scena, si diffonde nell’aria un profumo pungente e ben conosciuto: il palcoscenico in effetti è cosparso di spicchi d’aglio, che vengono subito dopo pestati in un mortaio, con gesti ritmici e iterativi. Un poco per volta la danza si sviluppa, su un canto a cui dà voce lo stesso Junior, e il movimento si allarga, respira e pulsa. Il giovane corpo si dibatte tra ascese e cadute, schiacciando con il proprio peso l’aglio disseminato a terra, in una specie di autoflagellazione, di rito di espiazione alla fine del quale all’interprete non resta che… spelare e inghiottire uno spicchio con gesto plateale!
Ail? Aïe!Aïe! è un’idea leggermente provocatoria, legata simbolicamente alle virtù curative del bulbo, ben note nella medicina tradizionale africana e alla sgradevolezza del suo aroma. Nulla di ciò che fa bene è solo buono, sembra dirci il coreografo. Anzi… siamo circondati dall’ambiguità che ci avvolge come un odore persistente. (continua…)

  1. Dirò una banalità: forse i coreografi africani, che posso immaginare ben “rappresentati” dai partecipanti al concorso di cui scrivi, a differenza di molti occidentali indagano questioni colte nella loro “semplicità” e tendono ad adottare un linguaggio più simbolico, molto fascinoso per noi. Più fascinoso e diretto rispetto a quanto siamo ormai abituati…ma che racconta le stesse nostre dinamiche interiori.

    ps Bellissimi i colori della stoffa che hai pubblicato…

  2. monicavannucchi

    Osservazione per niente banale crissima Tania, ma non so se possiamo generalizzare; certo, ci sono matrici comuni molto evidenti nei loro lavori, per esempio la conoscenza e la pratica delle danze rituali, etniche o come vogliamo chiamarle. Rispetto ai simboli, c’è chi ci sguazza e chi no; c’è molto estetismo, questo sì, e ne riparlerò se i miei quattro lettori non si annoieranno a forza di sentire dell’Africa! mi è prorio venuto il maldafrica, accidenti!un bacione, monica

  3. barbara

    …comincio con la madre,con l’africa..
    con profondo imbarazzo debbo amettere tutta la mia ignoranza,con profondo rammarico scopro un’altra manifestazione interessantissima come questa in evidente ritardo.Essendo a me sconosciuti o quasi tutti i nomi dei danzatori dei coreografi e degli organizzatori,mi sono dovuta documentare.In particolare tra i vari “viaggi” su youtube mi sono soffermata su Qudus Onikeku…ho visto un po’ di materiale,lavori in strada con musicisti,lavori in teatro con cantanti(come Asa,che a me piace anche)interviste..e come dire sono rimasta affascinata dal suo stile a mio dire senza stile.Mi spiego…non mi dava l’idea che stesse ballando,era.il suo corpo sembrava nel suo stato naturale.Come forse diceva anche lui quando si definiva un’artista nomade,il suo corpo e’ la sua casa.Si vede,anche ad occhi profani..la potenza di un corpo agito da se stesso e dalle sue piu’ intime istanze e’ sempre emozionante.

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