L’Africa in rosa

§ Ma quando arrivano le ragazze?

Dopo tanto parlare nei precedenti post di coreografi e danzatori maschi, va assolutamente fatta una riflessione sulla presenza femminile alla Biennale di Bamako: molto scarsa. Nessuna donna si è presentata  in concorso nella categoria degli assolo, poche nei pezzi collettivi. Questo aspetto ha dato da pensare anche ai giurati, che hanno deciso di dedicare il Prix Puma Créative (sponsor della manifestazione) alla coreografa Julie Larisoa (Madagascar), per il suo Sang couleur, in omaggio forse alla filosofia delle “quote rosa”.  

In compenso, cinque straordinarie artiste sono state in primo piano nelle sezioni fuori concorso.

Di una, Kettly Noël, abbiamo ammirato le doti di coreografa ed interprete nel duo combattivo e intenso Ti Chèlbè , da lei creato nel 2002. Ma Kettly era realmente onnipresente, come coordinatrice della Biennale, e come direttrice del centro coreografico di formazione permanente Donko Seko, cuore logistico della manifestazione.

Insieme a lei, con una compagnia di giovani maliani, ha lavorato la sudafricana Nelisiwe Xaba, raffinatissima interprete anche di un assolo di grande impatto visivo, giocato intorno all’immagine stereotipata che, della donna africana, hanno tuttora gli ex colonizzatori. Ricordando e citando la famosa Venere ottentotta, divenuta suo malgrado un fenomeno da museo e i cui resti sono stati riportati in Sudafrica grazie all’interessamento di N. Mandela, Nelisiwe denuncia anche lo sfruttamento odierno della bellezza nera nella moda, per esempio, e nella pubblicità. Il risultato è un po’ troppo calligrafico, forse, ma resta impresso. (Noël e Xaba hanno presentato a Roma nel 2008 un pezzo dal titolo Correspondances, per il festival Equilibrio)

Ancora più interessante, a mio avviso, la proposta di Nadia Beugré ,voce piena e pastosa e muscoli compatti, che ingaggiava un corpo a corpo con il pubblico e con alcuni oggetti di scarto tipici del paesaggio metropolitano africano: sacchetti, bottiglie di plastica, copertoni di camion. C’è da osservare che queste suppellettili sono state una costante scenografica, lungo quasi tutto il festival. A costo zero, perché reperibili ovunque, fanno realmente parte di un vissuto quotidiano, sia metropolitano sia rurale. La plastica invade l’Africa, e questo problema comincia forse ad essere sentito dalla popolazione, anche grazie al lavoro degli artisti.

Mamela Nyamza è una bellissima danzatrice dal gesto delicato e forte insieme, che esprimeva bene le contraddizioni della condizione femminile nel continente, anche se preferirei vederla danzare in un pezzo meglio strutturato e meno scontato.

Infine, ma non da ultima, va citata Anouscka Brodacz, italiana di stanza a Pescara, collaboratrice instancabile di Donko Seko, che ha ideato innumerevoli e suggestive performance, anche di sole donne, nei luoghi della città.

 

  1. ilpesceinbicicletta

    Belle queste notizie dal Festival africano che fanno pensare che da laggiù possa arrivare qualcosa di nuovo che aiuti anche la vecchia Europa. Per l’italia ci saranno ancora speranze?

  2. monicavannucchi

    @ilpesceinbicicletta (ma dove l’ho già sentita questa?), ho idea che tra pochissimo, molti dei giovani artisti che ho conosciuto e ammirato saranno le star delle nostre rassegne europee. E chissà che la loro energia e il loro coraggio non possano nutrire, come una bella flebo di zuccheri, la fiacca creatività del vecchio continente… quanto all’Italia, non so, girerei la domanda ad altri lettori dei miei post. monica

  3. alessandra D.L.

    interessante articolo sulle danzatrici africane.
    Ho avuto il piacere di partecipare a due laboratori di danza e teatro africani, tenuti dall’attore senegalese Mandiaye N’diaye e dalla sua compagnia. Questi laboratori erano tesi a far conoscere anche al mondo occidentale la fondamentale figura, presente ancora oggi in Senegal, del “griot”, il raccontastorie, figura eclettica di attore, danzatore e cantante. E’ stato molto entusiasmante e coinvolgente, credo grazie alla grande capacità di entusiasmare e coinvolgere che è propria della gente e del ritmo africani. Anche in questa esperienza però ho potuto notare la netta minoranza delle donne: in tutta la compagnia poche erano le danzatrici donne. Nonostante ciò, i laboratori avevano anche un intento sociale, oltre che prettamente culturale. Grazie ai fondi raccolti infatti, è stato possibile costruire una rete idrica nel villaggio di provenienza della compagnia in Senegal.

    • monicavannucchi

      @alessandra d.l., anche nella biennale di Bamako sono stati presentati dei lavori, fuori concorso, con la presenza di griot e ancora più importante, di una griotte; cioè una, diciamo, cantastorie al femminile. Sono più rare, ma ci sono! In Mali il griot è una figura centrale nella tradizione musicale, ha un ruolo sociale importantissimo. Se avrò tempo prossimamente parlerò di questa cantante straordinaria e dei due danzatori e coreografi che l’affiancavano. é che le cose che ho visto sono talmente tante che mi è stato finora impossibile raccontarle tutte!! a presto, monica

  4. Giulia

    Mama Africa…appunto..Mama..non papà!è un peccato che la presenza femminile nella terra più “Donna” di tutte sia stata scarsa!Nessuna donna in concorso nella categoria degli assolo…e mi chiedo il motivo.Paura?pudore?noi siamo abituate a vedere l’ostentazione del corpo femminile,l’ossessiva voglia di apparire,anche in modo fuoriluogo,delle donne occidentali,l’esibizionismo gratuito,e ci sembra impossibile,o per lo meno strana una non-partecipazione ad un festival artistico…da noi ci sarebbe stata la ressa!come lo spieghi,tu che ci sei stata Monica? a domani!

    • monicavannucchi

      @giulia, non me lo spiego se non in termini di analisi sociologica o antropologica: è una società prevalentemente tribale dove le donne sono importanti nella cura di figli e anziani, ma sottomesse al potere di mariti, padri o di qualunque altro parente maschio, nel caso di vedove o orfane. E’ anche una società poverissima; è difficile per una ragazza emanciparsi, studiare, scegliere una sua strada professionale, non solo nella danza. Le danzatrici di cui parlo in questo post ( ho linkato i video, li hai visti? ) probabilmente appartengono a livelli sociali alti; non ne sono sicura però, è solo una ipotesi… non sono riuscita a intervistarle su questo. Quello di cui sono certa è che, di questa scarsa presenza femminile, tutti i critici e gli operatori del settore erano molto stupiti e dispiaciuti.
      Un’altra giovane artista maliana che danzava un assolo è figlia d’arte, di un musicista, e rappresentava comunque una eccezione.

  5. L’Africa ha i suoi tempi, non mettiamole fretta.
    Lasciamola tranquilla, non l’importuniamo.
    E quando meno ce lo aspettiamo le meraviglie di questo Paese ci sorprenderanno.

    Sappiamo tutti quanto la condizione femminile di oggi sia difficile già nei paesi occidentali, figurarsi oltre certi confini canonici da noi imposti…
    Certo, ammetto sia strano pensare come l’Africa (il cui nome secondo me è il più femminili fra tutti quelli dei continenti) non “tuteli” o comunque non “motivi” o “spinga” le sue donne.
    Ma fortunatamente le eccezioni ci sono.
    E queste donne poi conoscono bene lo spirito di gruppo.
    Basta che inizia una e tutte le altre seguono l’esempio.

    Le donne d’Africa hanno solo bisogno di rendersi conto di quanto speciali siano loro e quello che fanno.
    Ricordo le lezioni di Letteratura Africana all’Università (tenute dalla bravissima professoressa Maria Antonietta Saracino). Ricordo il coraggio delle autrici studiate nel mettere nero su bianco (nel senso più letterale del termine) i loro pensieri, i loro racconti. Il coraggio del diventare scrittrici, di narrare le storie. Eppure sin dall’alba dei tempi le donne africane hanno sempre raccontato le storie. Ma loro hanno avuto bisogno di tempo per rendere ufficiale il loro ruolo di racconta storie. Ma è così che sono nate Bessie Head (consiglio la lettura del suo “La donna dei tesori), Sindiwe Magona (“Ai figli dei miei figli” bellissima e toccante biografia), Calixthe Beyala e molte molte altre.

    Lo stesso vale per la danza, credo. Le donne africane danzano da sempre, mettiamoci comodi ed aspettiamo il momento che avranno voglia di condividere con tutti noi la loro arte.

    Ci avranno raccontato così una nuova storia.
    Ancora…

    E.

    • monicavannucchi

      @emiliano, grazie mille per le suggestioni letterarie, di cui farò tesoro. Sulle donne e la danza in africa, ho le idee ancora non del tutto chiare. Ripensadoci, erano molte le donne che danzavano nel Balletto Nazionale del Mali, una parata di danze tribali da tutto il paese e di tutte le etnie, in cui sembrava soprattutto importante l’aspetto estetico e formale. Ecco, una cosa che non mi sarei mai aspettata: la cura e l’attenzione maniacale per una certa estetica. Corpi coloratissimi e addobbati, costumi variopinti, ovviamente maschere e vessilli tribali, sono ornamento, sì, ma soprattutto sostanziano le danze. Tradizionali e persino contemporanee, con un effetto piuttosto stucchevole per noi, ormai abituati a un’estetica minimalista, o se vuoi, a dare meno importanza alla forma e più alla sostanza ( leggi: contenuto). monica

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