Il gesto di Ettore
19 Novembre 2009
In principio c’era suo padre, che la lanciava in aria, così in alto che le si mozzava il respiro in gola, e poi la afferrava al volo e la avviluppava in un abbraccio potente. Se gli appoggiava l’orecchio al petto, sentiva il rombo di tuono del cuore e il pulsare delsangue nelle sue vene, simile al galoppo di cavalli selvaggi.
MAXXI, ma solo per due giorni
16 Novembre 2009Innanzitutto bisogna dire dello spazio architettonico: enorme come la stiva di una nave e costolato come il ventre di una balena. Curvilineo, morbido, con scale che si srotolano come nastri neri tra un piano e l’altro; o come stelle filanti, quando da bambini soffiavamo dentro al fragile cilindro e le strisce di carta partivano per altezze che ci sembravano vertiginose, con avvitamenti imprevedibili. Colori sobri, bianco, nero e grigio cemento. E una immensa vetrata aggettante e inclinata, alla quale si arriva da un pavimento in salita, cosicchè quando ci si affaccia e si guarda fuori, sembra proprio di essere nella cabina di comando di un transatlantico. 
Poi i visitatori: centinaia, un numero incalcolabile per la prima delle due serate evento, in cui il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, si è aperto al pubblico. Vuoto di opere, in attesa che la collezione che i curatori stanno mettendo insieme prenda forma. Animato invece dalla performance site specific Dialoge 09, commissionata alla coreografa Sasha Waltz. Residente, con la sua compagnia, a Berlino e già codirettrice artistica con Thomas Ostermeier del prestigioso spazio teatrale dello Schaubühne, la Waltz non è nuova a queste esperienze su commissione per i luoghi museali.
Con un consistente gruppo di trentotto danzatori e otto musicisti, Sasha Waltz crea un’ora e tre quarti di pezzi coreografici, dislocati talvolta in successione, ma anche contemporaneamente, in tutti gli ambienti del museo, e concepiti spesso in modo da essere visibili da più prospettive, grazie al magistrale gioco dei volumi dell’architetto Zaha Hadid. Difficile e faticoso comunque per il pubblico orientarsi, salire, scendere, inseguire gli interpreti in una folla paragonabile solo a quella che, in tempi pre-recessione, intasava i grandi magazzini sotto Natale.
Quanto alla coreografia, è volutamente frammentaria ma non priva di momenti molto eleganti, specie nei plastici duetti, o nel salone dove una decina di corpi maschili sono appesi a testa in giù, come angeli michelangioleschi scacciati dal paradiso terrestre. In altri momenti e luoghi sembra di riconoscere nelle sequenze danzate qualcosa di egizio, una gestualità ripetitiva in accumulazione, geometrica e minimalista, e poi molto espressionismo tedesco, nelle citazioni dei cori labaniani, disposti sul pavimento a disegnare cerchi e diagonali. Ma gli interpreti sono troppo spesso impegnati a non farsi prevaricare e ingoiare dalla struttura e dalle cubature “fuori scala”.
Bellissimi i costumi di Bernd Skodzig, declinati su una scala cromatica in armonia perfetta con lo spazio, il grigio del cemento, il nero delle sinuose scale, il beige della pelle nuda dei danzatori; affiora improvviso un rosso fiamma (sul viso di una ragazza, su un completo maschile) e commuove il luminoso giallo del tappeto di margherite nel pirotecnico finale, che vede in azione, nell’atrio al piano terreno, l’intera compagnia ricomposta.
(Sasha Waltz & Guest, Dialoge 09- MAXXI, Deconstruction I, 14/15 novembre, Roma)
Repetita iuvant
12 Novembre 2009Lo so, ne ho già parlato qui (aprile 2009) dopo avere visto il suo spettacolo a Budapest! Ma siccome ieri sera Hofesh Schechter è finalmente approdato per la prima volta a Roma (la grande metropoli dove il “nuovo” arriva solo quando è già un bel po’ stagionato!), mi fa piacere tornarci sopra.
La serata era composta da due pezzi, il primo Uprising per soli uomini, contemporaneamente frizzante e intimista; il secondo, In your rooms, per tutta la compagnia di undici interpreti, giovani, abbigliati street style e dall’allure rilassata e decontratta.
Entrambe le coreografie beneficiano di una scrittura coreografica che in nessun momento subisce la musica e mai se la dimentica; viceversa la accompagna con una competenza e precisione, nella scelta dei movimenti, nel gioco caleidoscopico di reinvenzione dello spazio, che mi hanno ricordato i migliori pezzi corali di Balanchine. Anche Schechter, come il grande Maestro americano di origine russa, conosce la musica, ha studiato percussioni a Tel Aviv, proseguendo poi a Parigi, e ha composto i brani dello spettacolo in collaborazione con Nel Catchpole, mixando acustica, elettronica e voce registrata con un risultato per niente scontato e molto potente. A questo proposito ha detto: “la musica ha sempre avuto forte impatto emozionale su di me, con il mio corpo cerco di capirne il significato”.
Altro aspetto fondamentale è il sapiente, direi geniale disegno luci: i danzatori entrano e escono da coni luminosi, pozze di buio li inghiottiscono all’improvviso, non sappiamo mai dove li ritroveremo e spesso li sorprendiamo in volo, poco prima che il pavimento li accolga di nuovo. Non ci sono scenografia né oggetti scenici, ma nel secondo pezzo c’è un ensemble di tre archi e percussioni dal vivo, sospeso a mezz’aria, che appare e scompare come in un quadro di Chagall.
Tutto questo ha anche il non marginale effetto di focalizzare l’attenzione dello spettatore sui corpi, e di quello che i danzatori fanno in scena non sfugge il minimo dettaglio.
Loro, gli interpreti, sono instancabili e in moto perpetuo, sfruttano materiale dinamico quasi primordiale, raggiungono spesso l’effetto tribal/contemporaneo che in tempi ormai lontani inventò Jerome Robbins per il suo West side story. Certo è un altro momento storico e politico, siamo su linee poetiche molto diverse, ma è bello notare sottotraccia ciò che ha fatto la storia della danza del ventesimo secolo. Ed è bello avere avuto il privilegio di rivedere il lavoro di un artista intelligente e innovativo come Schechter.
(Auditorium della conciliazione, 11 novembre 2009, Roma)
Roba da streghe
11 Novembre 2009Mai dopo essere scesa dal letto con il piede sbagliato, non di venerdì e nemmeno se la luna è calante; assolutamente no se hai le mestruazioni, proibito se sei in menopausa, sconsigliabile se si hanno i nervi fragili e si è un po’ depresse. No se fa troppo freddo o troppo caldo, se la materia prima non è freschissima, se la marea scende, la pressione è bassa ed è un mese con la erre. Inutile provare se per caso hai indossato il maglione a rovescio, questo funziona sì, ma per i funghi.
Con la maionese, invece, non ci sono proprio scuse, bisogna attenersi alle regole in maniera ferrea. Condizione prima e indispensabile è l’esser nate femmine, e l’arte si tramanda di madre in figlia, di generazione in generazione.
È un’arte segreta, misteriosa e magica, roba da streghe. In ogni famiglia vengono custoditi ed ereditati in linea femminile piccoli dettagli all’apparenza privi di significato: usare il cucchiaino; no, il cucchiaio da minestra. Sbatter l’uovo in una ciotola; no su un piatto. Utilizzare solo olio extravergine d’oliva; ma no, metà oliva e metà di semi, ché viene più leggera. Non cambiare mano tra destra e sinistra, non chiamare in soccorso un’altra strega, non invertire il senso del giro, non dare in escandescenze se, nonostante tutte le attenzioni, le precauzioni adottate, gli scongiuri fatti, lei, la maionese, impazzisce.
Perché, succede, lo sappiamo tutte che succede; arriva il momento in cui ci dobbiamo arrendere e passare il comando al primo individuo di sesso maschile a disposizione. Lui con aria solenne brandirà il minipimer, ci schiafferà dentro il tuorlo e la chiara, qualunque olio gli capiti sottomano, fosse anche quello del motorino, il sale, il limone e zac: in un niente la maionese sarà fatta! Viene fuori un po’ palliduccia in questi casi in verità, quasi si sdegnasse o si vergognasse di se stessa.
Anche le streghe si sentono un po’ offese, ma la cena è salva.
(Conosco solo un uomo che è capace di montare la maionese a mano, ma non fa testo!)
Jan Fabre
9 Novembre 2009Orgy of Tolerance
Non ha deluso le aspettative, con i suoi dieci straordinari interpreti, quattro donne e sei uomini, il regista europeo che fin dai suoi esordi negli anni Ottanta, si è dato l’obiettivo di scuotere le coscienze, e non solo quelle borghesi, annichilite dal consumismo gratuito, da un finto benessere, dalla perdita degli ideali. Fabre vuole ricordarci che ogni nostro atteggiamento, attivo o passivo che sia, non nasce più da un bisogno reale, ma è semplicemente indotto da un certo tipo di potere. Ce n’è per tutti: le religioni e i loro fanatismi, la politica, il pensiero debole, la moda, lo star system, le droghe, le perversioni sessuali e gli atteggiamenti ossessivo-compulsivi, il turpiloquio, i razzismi di tutti i generi, le ONG, il terrorismo, le mafie, il rock, il pop, il rap; ma anche un’esilarante parodia dei grandi balletti romantici, in una indimenticabile scena corale con i carrelli del supermercato.
A un certo punto della serata un attore annuncia al pubblico che condirà la faccenda con, tra le altre cose, un tocco à la Bausch e un pizzico di Forsythe; in realtà il lavoro è un condensato di citazioni colte ma non tutte dichiarate, a cominciare sembrerebbe, dal Pasolini di Porcile e di Salò, continuando con Kapò di Gillo Pontecorvo e la Cavani de Il portiere di notte, passando per i B-movies degli anni Trenta e Quaranta, infarciti di gangster, sigari e whisky, dove di solito c’è sempre qualcuno che viene gonfiato di botte, magari su un ring.
Urticante, provocatorio, calvinista, Fabre forza il limite del comune senso del pudore e appunto della tolleranza, per dirci che non è obbligatorio sopportare tutto, assuefarsi sempre al peggio e sposare il luogo comune. Ma anche, che un certo tipo di ribellione è un prodotto prefabbricato e un comportamento coatto, che l’aggressività generalizzata e il fuck you pronto effetto non (ap)pagano.
Calata in un elegante contenitore scenico, sostenuta da una drammaturgia asciutta, la lezione morale convince, ma rischia di lasciare un retrogusto amarissimo in bocca. Ed è lì che il rigore tutto fiammingo vacilla e gli artisti cercano il consenso degli spettatori, con un fuoco di fila di accattivanti trovate, costruite ad hoc, in questo caso per il pubblico italiano, che viene facilmente preso all’amo e applaude felice la messa in scena di tutti i propri vizi peggiori.
4/5 novembre, Teatro Olimpico, Roma

Pubblicato da monicavannucchi
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