Tenere insieme

19 gennaio 2012

E se, per un momento ancora, io volessi tenere insieme i fili?

Con gli occhi, le mani, i piedi; e un tempo che non mi è più dato.

Un tempo antico che sta lì fermo e aspetta. Dove la carne è pietra; il legno è carne che respira appena.

Un tempo per restituire al gesto il suo regno.


Un po’ di danza in città

11 gennaio 2012

Il punto l’ha scelto con cura. Percorrendo il corridoio con le spalle all’ingresso, si incontra uno spazio, poco prima della biforcazione che porta alle scale mobili e al parcheggio, dove il rumore dei treni non arriva e le voci della piazza domenicale zittiscono; un punto placido, che induce le persone a rallentare leggermente in entrambi i sensi di marcia. La donna ha messo proprio lì lo sgabello ikea che si è portata da casa, piazzandolo vicino a quella buffa parete che non comincia e non finisce, che sembra avvolgerti con una curva morbida dal pavimento al soffitto. Sgusci li chiamano, pare facilitino le operazioni di pulitura con i macchinari… insomma lo sgabello l’ha messo a terra e si è sistemata con tutte le sue cose: un cappello rovesciato, un metronomo, la giacca abbottonata sopra strati di maglie e di tute per non sentire il freddo. Non ha mica idea di quanto rimanere: chissà qual’è il tempo minimo per non fare brutta figura, un tempo al di sotto del quale andarsene sarebbe come arrendersi, scappare. Quindi si è seduta e ha cominciato con piccoli movimenti all’inizio, per provarne l’effetto, poi più coraggiosi: colpi secchi degli arti sul tronco, sulle cosce. Vuole capire se il dialogo con il metronomo funziona: lui scandisce tic toc, lei stock, paffpaff, schiaaff. Lui tic toc tic, lei paff, bum bum, crock. Oddio, si è fatta male, dentro la schiena qualcosa ha ceduto, adesso mi blocco, pensa. Prova ad allungarsi, respira, si stira e intanto la gente passa e la guarda di striscio, qualcuno ridacchia.

Chissà perché questa qui non fa qualcosa di normale, tipo suonare uno strumento o vendere delle borse Guccifendiprada… Cosa ci fa in questo posto una signora di una certa età, determinata a percuotersi ritmicamente, a flagellarsi come una penitente. Lei non li vede bene, intenta com’è a concentrarsi sui propri gesti che devono essere precisi, puliti, impeccabili. Nel campo visivo ha solo il mosaico di piastrelle colorate che curva in alto e si scontra a destra e sinistra con due enormi pubblicità. E ai confini di questo schermo, dove si infilano sfocate scie dei suoi stessi movimenti, si muovono anche confusamente ombre di  altri corpi; ma sentirli li sente, eccome, ondate di passi, di indifferenza o curiosità. Una coppia di  giovani fidanzati – Che bello, un po’ di danza in città!- dice il ragazzo e sciamano via. Poi tornano e gettano qualche soldo nel cappello. La donna dello sgabello si interrompe, li guarda e allunga loro una banconota da cinquanta – Mi andresti a comprare una pila per il metronomo? la mia si è scaricata- dice agli sbigottiti ragazzini. – Ma che, ti fidi? -  Sì certo, mi fido -

Il fidanzato corre via con la fidanzata in una mano e i cinquanta euro nell’altra. Il mosaico di piastrelle è vivido, con i suoi colori tende e ritma i movimenti di lei al posto del metronomo e così riprende a danzare, braccio destro sulla coscia destra, pugno destro contro lo sterno, mano sinistra con le dita tese schiaccia il torace, tocca la spalla, fende l’aria e cala sulle costole, sbam. La gente rallenta indecisa, allora lei ci dà dentro, picchiando con più convinzione, suona la sua batteria di ossa, sangue e carne, cercandone i pieni e i vuoti per cavarne fuori i contrasti e gli accordi. Ogni tanto qualcuno lancia una moneta, ma non disturba, perché anche il cappello è stato scelto con cura, per attutire il rumore. Tornano i ragazzini con il resto e una ricarica per il metronomo, lui dice timidamente che studia arte circense – Allora ciao – aggiunge. – Ciao, grazie – dice la donna dello sgabello. Tic toc, tic, toc. Sente le braccia sempre più pesanti, le mani le sanguinano po’, le cosce bruciano. Quanto tempo sarà passato, un’ora, forse due. Non ce la fa più, si alza, raccoglie le sue cose e si incammina.

- Hai finito per oggi?- le chiede un piccolo indiano che vende Guccifendiprada, proprio di fianco a lei, davanti al cartellone pubblicitario.Sì, lei ha finito, per oggi. – Sono tutta rotta, vado a casa- dice. Lo sguardo di lui è liquido e dolce, pieno di comprensione – Mmh, eh già. Buon riposo!- le augura, mentre la donna con lo sgabello ikea esce nella luce rosata del crepuscolo romano.

Dedicato alla mia amica P.


The show must go on?

8 dicembre 2011


Ogni tanto ci si ritrova nostro malgrado prigionieri. Da qualche tempo un affollarsi eccessivo di temi e pensieri  sta rallentando la mia presenza qui… Ho bisogno di guardarmi dentro e di prendere una piccola pausa. Credo che capirete. Intanto vi lascio in compagnia di Jérôme Bel ( sopra una foto da The show must go on) e del suo lavoro con e su Lutz Förster, storico e fedele interprete di Pina Bausch.  Enjoy!


Umano, troppo umano

12 novembre 2011

Sfilacciare la sintassi del gioco teatrale fino al punto che poco o nulla ne rimanga. Sfrangiare, allargare lo spazio tra l’ordito e la trama di una drammaturgia, fino ad avere in mano più buchi che stoffa; ma in quelle voragini inseguire la poesia. Questo sembra cercare Pippo Delbono con il suo ultimo lavoro intitolato Dopo la battaglia.

Malinconico, come solo certi artisti del circo sanno essere e delicato, con un tocco che pare sfiorarti appena ma in realtà ti strappa il cuore, alla Boris Vian.

Pippo Delbono in scena si circonda di uomini e donne che hanno molto vissuto e che ora, con  umiltà, generosità e grazia condividono con il pubblico quel che rimane loro.

E poi di voci registrate, evocatrici  di ricordi; di frammenti di filmati sgangherati che testimoniano pezzi di vita familiare (la madre) o sociale (gli immigrati, i carcerati, i matti).

Questa variegata compagine di materiali e di tipi umani sembra proprio necessaria sulla scena, perché Delbono rimane nell’ombra, acquattato in un angolo o in controluce, con la sua silhouette non proprio impeccabile (glielo dice anche la mamma, che è ingrassato!) a respirare nel microfono, a spremere brandelli di testi da Kafka, da Merini (bellissimo), Pasolini, Rilke e altri; riscritti e rimasticati, restituiti come incarnati dalla sua magnifica voce e poi subito messi da parte, passando ad altro.

E mentre lui flirta con la solitudine e con il dolore, nell’anonimato di un grigio stanzone quadrato sfila in ordine sparso questo campionario del genere umano. Ognuno fa il suo numero, ognuno ha la sua parte nella vita e sul palco, ma sono lì soprattutto per ribadire di esistere, per ricordarci la forza semplice dell’esistenza.

Sì, ci sono moltissime citazioni dal teatro della grande Bausch, alcune evidenti, altre più segrete. E ci sono l’opera lirica, il cabaret, il café-chantant, il violino struggente e magnifico di Alexander Balanescu, qui quasi un alter ego del regista stesso.

Da un certo momento in poi non ci domandiamo più che cosa stiamo vedendo, perché non ha più nessuna importanza. Delbono ci conduce per mano dentro alla propria angoscia esistenziale e noi sappiamo subito che è anche la nostra; quel grigio e quel nero sono le sue paure, pensiamo, e sono proprio uguali alle nostre. Dopo la battaglia è uno spettacolo commovente e necessario.

Dopo la battaglia, di Pippo Delbono

Compagnia Pippo Delbono

Musiche originali di Alexander Balanescu

Scene di Claude Santerre

Costumi di Antonella Cannarozzi

Luci di Robert John Resteghini

Al teatro Argentina, Roma, 10 novembre 2011


Pina al cinema

2 novembre 2011

I cinefili mi perdoneranno se per una volta mi avventuro a parlare di un film; ma in questo caso si tratta di un’eccezione perché il lavoro in questione è il tanto atteso, qui in Italia, Pina di Wim Wenders. Dunque l’opera di un regista tedesco, uomo, sull’artista tedesca, donna, che ha siglato il teatro del Ventesimo secolo, riscrivendone letteralmente le regole. E fin dall’inizio risulta chiaro come la tematica dell’eterno cercarsi e mai veramente trovarsi  tra uomini e donne di oggi, sia stata per la Bausch così prepotente da risultare  quasi “assoluta”.

Il lungometraggio doveva essere un film pensato e realizzato con Pina, gli eventi hanno voluto che diventasse un film per Pina. In questo senso la scelta finale di realizzare un mémoire penalizza a mio parere la possibilità di documentare dall’interno il processo creativo della coreografa che ha inventato il Tanztheater.

Sullo schermo vediamo figurine color pastello sfilare in fila indiana sull’orlo di un cratere o sul bordo di una cava, sullo sfondo le luci tenere forse di un’alba; insolite sequenze gestuali intrise di pathos accompagnano ritmicamente queste proménade antinaturalistiche, che  nel film fanno da cesura tra i  pezzi  più famosi e amati. Coreografie che oggi sono pietre miliari del Novecento come Le Sacre du Printemps (1975) o Café Müller (1978); Kontakthof (1978) o Vollmond (2006) sono intervallate da queste  famosissime passerelle, ma anche da una carrellata di intensi primi piani dei danzatori che hanno preso parte al film: presenze storiche come Malou Airaudo e Dominique Mercy o più giovani come l’italiana Cristiana Morganti, sono tutti inquadrati mentre pensano e ricordano la Bausch e ne sentiamo le voci, in molte lingue, dire piccole cose che riguardano il proprio personale e privatissimo rapporto con lei. Sembra Bill Viola, invece è il 3D.

Così, dovrei dire che la vera forza di Pina consiste in realtà nell’avere sviluppato le possibilità finora offerte ai cineasti da questa nuova tecnologia, e averle applicate per la prima volta alle riprese di danza. Il che è senz’altro vero se si guarda al potenziamento delle sfumature dei movimenti, alla messa in luce di dettagli che prima la telecamera non restituiva, appiattendo, come è noto, la ricchezza espressiva del corpo in movimento. Ma, non so; questa immersione nella tridimensionalità a tal punto che sembra veramente di essere dentro lo schermo con gli interpreti, in alcuni momenti è eccessiva, oserei dire quasi iperrealista. Forse non siamo ancora abituati, ma mi sembra che si perda la sottile, delicatissima poesia, alle volte molto intima, che le coreografie della Bausch sapevano creare e dilatare in quegli immensi paesaggi che costruiva in scena. E penso anche a certe inquadrature di Paris, Texas  di Wenders, così struggenti anche senza il 3D.

Pina di Wim Wenders, al Festival Internazionale del Film di Roma, 31 ottobre 2011, tra poco nelle sale con la distribuzione di BIM


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