A fior di pelle, sotto al tendone

Riporto qui, a distanza di tempo, il testo della testimonianza da me resa durante una tavola rotonda nell’ambito del bel convegno internazionale You Come. We’ll Show You What We Do. Storie e pratiche della Contact Improvisation, organizzato da AIRDanza nei giorni 30 novembre, 1 e 2 dicembre 2018, presso il MACRO ASILO, Roma. Sono passati due anni, e chiedo scusa per il ritardo, ma mi piace, ora che posso farlo, fermare l’esperienza in qualche modo perché non vada dissolta, per me e per tutti quelli che c’erano. Poiché in quell’occasione parlai a braccio e questo invece è un testo scritto, ci sono evidentemente delle differenze.

Questo è un ricordo. E come tutti i ricordi è soggettivo e insieme corrisponde al vero. Era febbraio del 1982; in quel periodo ho frequentato con molti altri appassionati di danza un workshop intensivo con Steve Paxton nel Teatro Circo Spazio Zero a Roma. Quel luogo chiamato Spazio Zero era “casa” per i danzatori romani della mia generazione; una casa piena di spifferi, gelata o afosa con il cambiare delle stagioni, un po’ precaria, ma che ci apparteneva e ci accoglieva. Lì si poteva parlare una lingua nuova e ci si capiva tra noi. L’avanguardia artistica e musicale, i transfughi delle cosiddette “cantine”, la nuova danza, le sperimentazioni e contaminazioni “intercodice”, tutto confluiva sotto a un tendone, tirato su nei primi anni settanta con l’aiuto dei Fratelli Colombaioni da Lisi Natoli, drammaturgo, regista ma soprattutto animatore culturale cui dobbiamo tanto. Lì, in un isolato di un quartiere operaio, a pochi metri dall’ex mattatoio e dalla neonata Scuola  Popolare di Musica, accadeva di tutto. E accadde anche questo: grazie a Lisi Natoli incontrammo Steve Paxton l’americano, l’innovatore, il mito. Era del resto l’epoca in cui i miti erano vivi e camminavano per strada, ci potevi a volte chiacchierare e persino bere un caffè. Ed erano disposti a condividere il proprio sapere, l’esperienza singolare e irripetibile con estrema generosità.

Steve Paxton mi sembrò così: mitico e insieme amichevole, perfetto ma anche vulnerabile, un Maestro e contemporaneamente un compagno di strada. Nella mia memoria la luce naturale filtrava da fuori e si diffondeva sui nostri corpi insieme con quella dei fari che illuminavano la pista del circo ricoperta di linoleum. Paxton aveva un assistente (probabilmente Laurie Booth, ma non ne sono sicurissima), che con lui si scioglieva i muscoli, camminava, correva e volteggiava, o creava delicate combinazioni di equilibrio e dinamica. E spiegava la tecnica Contact Improvisation con pacatezza e precisione, esercizio dopo esercizio, anche ai profani.

Bisogna sottolineare che all’inizio degli anni ottanta in Italia, la Contact Improvisation era una disciplina sconosciuta; non si insegnava nelle scuole di danza o nelle accademie  e  si praticava quasi clandestinamente. Perciò chi venne a seguire il corso di Paxton a Spazio Zero  arrivò  soprattutto per passaparola o perché facente parte degli happy few che avevano assistito l’anno precedente, cioè nel 1981, ad un sua performance dal titolo Bound, nello stesso Spazio Zero (recensita da Franco Cordelli su Paese Sera del 21 aprile, che ricordava il funiculì  funiculà sulle cui note Paxton attraversava lo spazio-tenda, seguendo un filo teso da un lato all’altro del circo, come quelli dell’equilibrista, ma che sembrava invece letteralmente trapassargli il cranio!).

Eravamo tutti lì accomunati dalla curiosità e dalla voglia di approfondire quella che più di una nuova tecnica sembrava essere un nuovo mondo cui affacciarsi; tutto era diverso, non solo il risultato in termini di “stile” di movimento. Fu un ribaltamento totale delle modalità che conoscevamo per fare danza e per insegnarla. Una rivoluzione vera e propria. Paxton lo sapeva, ne era conscio ma non agiva come un guru. Ci guidava con l’esempio ma soprattutto con le parole, con i concetti e le immagini. Tra queste ultime, ricordo con assoluta nitidezza che fece ricorso all’idea di “passarsi il sale a tavola”, per chiarirci come dovevamo espandere il corpo nello spazio verso un partner, protendendoci in una tridimensionalità analoga alla Kinesfera labaniana.

Gli esercizi pratici non servivano a creare forme ma a costruire l’esperienza; andavano a costituirsi come antefatti, come substrati nella memoria fisica e psichica del danzatore. Le cose non si ripetevano mai identiche a se stesse e noi imparavamo ad accettare come una ricchezza quel leggero scarto tra un tentativo e un altro. L’importante era essere nel processo indipendentemente dal risultato. Questo era già pazzesco, rompeva in un colpo solo milioni di tabù. E poi c’era la pelle, il “touch”, il contatto: epurato da ogni connotazione erotica, tutto questo sfiorarsi, appoggiarsi, fare perno con la propria carne sulla carne di un estraneo ci insegnava una nuova possibilità di essere presenti nell’ascolto dell’altro. Senza musica, nel silenzio da acquario creato dalla bolla rassicurante e ovattata del tendone di plastica, che ci proteggeva dalla città quasi fosse una pelle artificiale, i nostri corpi iniziavano a respirare e a muoversi attraverso il potere della pelle viva, le leggi della fisica e il potenziamento dei sensi.  Se mi concentro nel ricordo posso ancora sentire il rumore dei nostri piedi nudi che camminavano e correvano e la voce di Paxton che spiegava mentre agiva. Percepisco ancora il livello di cautela, di delicatezza con cui ci muovevamo.

Fare Contact Improvisation sotto al tendone, insomma, fu entusiasmante e magico; anche  quando, circa un anno dopo questo incontro, con il gruppo di danza contemporanea Altro, guidato da Lucia Latour, Luigi Ceccarelli e Marcello Federici, presentammo nella rassegna “A Corpo libero” uno spettacolo dal titolo Spatium Teca, in cui (cito da un articolo de Il Manifesto a firma di Carlo Infante): …ogni spostamento, sfioramento, contatto, si traduce in evento di suono, automaticamente, attraverso un’inesorabile (…omissis) metodologia razionale, “intercodice”, secondo la lezione  delle avanguardie storiche (omissis). In quell’occasione danzavo con Mara Camelin, Gloria Mujica, Francesca Romana Sestili e la stessa Latour e figuravo anche tra i collaboratori alla creazione, insieme alle altre interpreti, allo scenografo Ezio Di Monte e alla danzatrice americana Irina Harris).

Penso che oggi si possa senz’altro dire che la matrice dinamica principale di Spatium Teca fosse la tecnica Contact Improvisation, anche se fin da quegli esordi Latour, coreografa, danzatrice e sperimentatrice, cercava, insieme con noi, un superamento del puro piacere di produrre movimento attraverso il contatto dei corpi, “calando” questo contatto dentro a una griglia di corpi/oggetti/suoni che avevano influenza reciproca e pari dignità scenica. Quindi in questo contesto il “touch” si rivelava capace di produrre e contenere spazio e suono, oltre a movimento. In ultima analisi, dal contatto iniziava a generarsi un intero orizzonte di senso. E di questa genesi il teatro tenda Spazio Zero fu testimone e promotore. La convinzione di Lisi Natoli che la nuova danza italiana dovesse avere un futuro anche e soprattutto dialogando con ciò che succedeva al di fuori dei confini nazionali, fu ciò che ci diede forza, ci indicò una strada, ci permise di tenerci in contatto davvero e, attraverso tutto questo, di crescere, come artisti e appassionati del teatro di ricerca.

                

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