Metti una sera all’Opera… di Roma

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Il Teatro dell’Opera di Roma continua a proporre interessanti serate di balletto; questa è la volta di un trittico di pezzi apparentemente eterogenei, lontani tra loro come genesi e datazione, ma di altissimo livello artistico, perché firmati da coreografi con una personalità forte e incisiva.

The Concert (originariamente The Concert or, the Perils of Everybody ) è un lavoro “da camera” del 1956, del sommo americano Jerome Robbins. Di lui si ricordano le numerosissime creazioni per il New York City Ballet, per Broadway e per Hollywood; vinse un Oscar come regista e coreografo per l’immortale versione cinematografica di West Side Story.

Quindi siamo alle prese con un gigante, ma non basta; alla creazione di The Concert collaborarono due illustratori del calibro di Saul Steinberg e Edward Gorey per le scene, nonché una costumista vincitrice di ben cinque premi Oscar, Irene Sharaff. Insomma un pool di artisti geniali e accomunati da un segno ironico, leggermente graffiante e dalla volontà di prendere un po’ in giro il paludato mondo del balletto romantico.

Sulle note di Frédéric Chopin (in scena una pianista macabra e leggermente “vittoriana”, all’inizio spolvera con sussiego i tasti del pianoforte), viene ricostruito e parodiato, tra le altre cose, il triangolo amoroso di Giselle; solo che Albrecht è un concertgoer (un presenzialista dei concerti, diremmo oggi!), Myrtha ne è la moglie gelosa, Giselle invece una svaporatissima fanciulla, incantata dalla musica.

Ma non è l’unica citazione: compaiono le bambole di Coppélia (ballerine portate in scena in comiche pose contorsionistiche), si palesano le Sylphides, evocate anche dalla Polacca chopiniana e ricamate in divertenti siparietti in cui le simmetrie tra le ballerine, stilema sacro del balletto romantico, non vengono mai rispettate; e poi è tutto un susseguirsi di personaggi caricaturali, molto newyorkesi e maniacali, sbozzati tra i passi e le pose appartenenti alla tradizione del balletto “narrativo” e utilizzati qui, invece, in funzione evocativa e pepata, per farci lavorare di fantasia e sorridere dei cliché e dei vezzi, che tuttavia amiamo ritrovare nel “grande” balletto. Un pezzo elegantissimo, a colori pastello e dal gusto dolce-amaro, insomma. Destinato agli intenditori.

Eleonora Abbagnato ne era stata interprete a Parigi; qui affida la parte della “ballerina” a una calibrata, spiritosa ed efficacissima Rebecca Bianchi, per ritagliarsi invece il ruolo dell’Arcangelo Gabriele nel secondo pezzo della serata: Annonciation di Angelin Preljocaj. Con questo lavoro si cambia non soltanto epoca (il pezzo è stato composto nel 1995), e nazione (Preljocaj è coreografo francese di origini albanesi), ma anche e soprattutto registro.

Il tema di Maria che accoglie la notizia del sovrannaturale concepimento, soggetto frequentatissimo dalla pittura sacra dell’Umanesimo e del Rinascimento, è trattato dal coreografo con un lirismo asciutto, tutto linee tese, guizzi muscolari e lame di luce.

Le due danzatrici (di nuovo Bianchi, stavolta nel ruolo della Vergine Maria, ad affiancare Abbagnato,) non hanno nessun elemento che le connoti come personaggi; sono abbigliate con due semplicissime vesti corte; in scena un parallelepido orizzontale funge da panca; tutte le azioni si stagliano su un fondo nero antinaturalistico.

Eppure, a noi che osserviamo i pudichi gesti della Vergine e l’imperiosità delle azioni dell’Arcangelo, appare subito chiara l’idea della tempesta di sensazioni che un annuncio del genere potrebbe scatenare in una giovane donna.

A Preljocaj riesce l’impossibile compito di “definire il sesso degli angeli”: Gabriele è interpretato da una donna, Abbagnato dicevamo, che regala a questo incontro con Maria tutta la forza e la dolcezza di una relazione di sorellanza, mantenendo tuttavia un’ambigua distanza gerarchica, un rapporto di potere dominante, definito dall’imperiosità dei suoi gesti, dalla estensione quasi esasperata e al contempo morbida, delle sue linee dinamiche e dalla severità dello sguardo, che non si scioglie, né si riscalda nemmeno nel supremo momento del bacio che rappresenta il concepimento.

C’è una voluta scabrosità nelle soluzioni dinamiche e nella scelta compositiva di questo pezzo. Preljocaj ci spinge a interrogarci, non tanto sul dogma in questione, ma su tutte quelle situazioni in cui il sovrannaturale sembra irrompere nel naturale; su tutto ciò per cui una spiegazione razionale o scientifica non è sufficiente; su ogni nuovo tema che sollecita dibattiti etici senza apparente univoca soluzione.

Chiude la serata qualcosa di veramente nuovo e giocoso, che alleggerisce l’atmosfera, sposta il nostro sguardo e ci trascina, dapprima con ritmi percussivi complessi e rapidissimi, quindi con movimenti disarticolati e squinternati, come in un moderno teatro dei burattini. Tutto il corpo di ballo del Teatro dell’Opera è in scena su pedane bianche quadrate; diventano quinte, nascondigli o scenografia geometrica in pericoloso bilico.

I danzatori sono in totale sintonia con la qualità espressiva chiesta loro dallo svedese Alexander Ekman. Giovani gli interpreti, giovane il coreografo, giovani e disinibite le tematiche di Cacti (2010), che si spostano dall’astrazione geometrica, alla narrazione delle azioni in scena ( quasi un pas des deux in traduzione simultanea), per finire con compiti concreti come quello di trasportare da un punto all’altro del palco spinosissime piante di cactus!! Sembrerebbe un grande e insensato mix di elementi eterogenei; invece Ekman trova la misura e il senso e tira fuori un pezzo godibilissimo a vedersi, di trascinante energia, di impeccabile pulizia formale e pieno di consapevolezza autoironica.

Concludendo, dobbiamo riconoscere a Eleonora Abbagnato e al Teatro dell’Opera di Roma un’originale capacità di selezione delle proposte, che pur strizzando l’occhio all’audience tradizionale del balletto, portano una ventata di aria nuova nel repertorio della Compagnia. I coreografi chiamati a collaborare sono grandi nomi che trovano interpreti freschi e tecnicamente brillanti. Alcuni di loro, come Angelin Preljocaj ad esempio, stanno stabilendo con il Teatro una certa continuità di rapporto; di questo aspetto non secondario della programmazione, il pubblico romano dovrebbe cogliere tutta la novità e l’importanza.

THE CONCERT

MUSICA  Frédéric Chopin 
DIRETTORE  David Garforth
ORCHESTRAZIONE  Clare Grundman
COREOGRAFIA  Jerome Robbins
RIPRESA DA  Jean-Pierre Frohlich
SCENE  Saul Steinberg e Edward Gorey

COSTUMI  Irene Sharaff 
LUCI  Jennifer Tipton
RIPRESE DA Perry Silvey


ANNONCIATION

MUSICA  Stéphane Roy (Crystal Music), Antonio Vivaldi(Magnificat)
SU BASE REGISTRATA
COREOGRAFIA  Angelin Preljocaj
RIPRESA DA Claudia De Smet
SCENE Angelin Preljocaj
COSTUMI  Nathalie Sanson
LUCI  Jacques Chatelet 

 

CACTI

MUSICA  Joseph Haydn, Ludwig van Beethoven, Franz Schubert (arrangiata e orchestrata da Andy Stein), Gustav Mahler DIRETTORE David Garforth
COREOGRAFIA Alexander Ekman
RIPRESA DA Spenser Theberge e Nina Botkay
SCENE E COSTUMI Alexander Ekman
LUCI  Tom Visser
TESTI Spenser Theberge
Quartetto Sincronie

Teatro dell’Opera di Roma, 31 marzo 2017

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