Focus on Trisha Brown

Per ricordare la grande artista che ci ha lasciati, riposto qui un pezzo del 2011, quando la compagnia venne a Roma con un ventaglio di proposte che spaziavano dai primi lavori all’ultima novità. Quanto ci mancherà!

I blog di Monica Vannucchi

Alla fine degli anni Sessanta, il gruppo di danzatori che seguiva le lezioni di Robert Dunn allo Studio Cunningham di New York e di Ann Halprin a San Francisco, cominciò a riunirsi in quello che sarebbe diventato lo spazio per eccellenza della danza  postmodern:  la Judson Church del Greenwich Village, sperimentando il concetto di “improvvisazione strutturata” applicato alla performance: un bell’ossimoro da lanciare come una sfida culturale di enorme portata.

Da lì, da quella mitica chiesa sconsacrata fu semplice passare alle piazze, ai musei, agli incroci stradali, ai parchi; trasferire le sperimentazioni collettive del Gruppo Grand Union, che si formò subito dopo, dalla dimensione indoor dello studio o delle gallerie, a quella outdoor e sempre diversa degli spazi urbani.

Trisha Brown, tra tutti la più radicale in questo senso, si spinse a usare i tetti e le facciate dei palazzi. La partitura (Score) strutturava i suoi pezzi…

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