In Spite of Wishing and Wanting Revival

 

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La magia ti cattura subito, fin dalla prima scena, quando il palcoscenico, spogliato di ogni orpello decorativo, si affolla di figure maschili al galoppo, al trotto, al passo, che si sfiorano lungo traiettorie ellittiche; come in una scuderia puledri e stalloni si annusano, scalciano, nitriscono e si imbizzarriscono. Ti sembra proprio di vederli, uno diverso dall’altro, il morello, il baio, il pezzato, ognuno con il suo temperamento, il docile e l’indomabile, il giovane e il vecchio. Quasi lo senti l’odore del cuoio lucidato a cera e del letame, e le vedi le folate di vento che spazzano le criniere, portando zaffate di profumo di erba appena tagliata. Gli zoccoli battono a terra ritmi sordi che accelerano sotto gli schiocchi di frusta di uno stalliere che si lascia andare alle proprie fantasticherie. Così, quasi senza accorgertene, ti ritrovi dentro il gioco infantile delle finzioni immaginifiche:

« Facciamo che io “ero” un cavallo, una pantera, un grande uccello…». E sei preso nel vortice di un sogno felliniano abitato da un mercante capace di venderti parole, sospiri, singhiozzi e urla.

Ruvido e tenerissimo, con l’indefinita e poliforme attitudine al cambiamento dell’adolescenza e con la saggezza atemporale di una leggenda, si dipana davanti agli occhi degli spettatori uno dei capolavori del teatro-danza degli anni Novanta, quel In Spite of Wishing and Wanting del fiammingo Wim Vandekeybus, figlio di un veterinario, approdato tardi e fortunatamente alla danza attraverso l’esperienza con Jan Fabre.

Con questo lavoro del 1999 Vandekeybus affronta il tema della forza dirompente del desiderio, e della paura che sempre lo accompagna. Lo fa esclusivamente al maschile, componendo un affresco per soli uomini sulle sonorità tailored di David Byrne.

I danzatori di oggi non sono più quelli del 1999, naturalmente, e nel rimontare il pezzo con uno scarto generazionale così ampio qualcosa è sicuramente cambiato. Identica, tuttavia, è quella voglia di rimanere “violentemente” se stesso, che caratterizza tutta la produzione di questo artista, capace di lanciare i propri danzatori oltre i limiti di sicurezza, praticamente senza rete. Perché anche se le prodezze fisiche sono quasi “circensi” (un uso spericolato delle cadute e degli slanci, con corpi che sembrano potere zampillare direttamente dal pavimento, sospendendo se stessi in volo), non lo è la ricerca costante intorno a un immaginario irrazionale, inconscio.

Come era già stato con What the Body Does Not Remember del 1987, anche questa per certi aspetti è un’analisi quasi scientifica: lì sulla capacità del corpo di reagire istintivamente in caso di pericolo, qui sulle pulsioni, i desideri e i terrori che abitano una fase precisa dello sviluppo, quando non siamo né bambini né adulti, quando non è ancora l’altro sesso ad incuriosirci.

Quando il mistero vero siamo noi.

 

Se volete leggere altro su W. Vandekeybus andate qui, qui e qui.

 

In Spite of Wishing and Wanting

Direzione, Coreografia, Scenografia Wim Vandekeybus
Musiche originali, Paesaggio sonoro David Byrne “Fuzzy Freaky” remix DJ Food
Danzatori Rob Hayden, Eddie Oroyan, Yassin Mrabtifi, Guilhem Chatir, Grégoire Malandain, Luke Jessop, Luke Murphy, Flavio D’Andrea, Knut Vikström Precht, Cheng-An Wu, Baldo Ruiz
Assistente coreografia Iñaki Azpillaga, German Jauregui
Assistente artistico Greet Van Poeck
Costumi Isabelle Lhoas assistita da Isabelle De Cannière
Coordinamento tecnico Davy Deschepper
Luci Francis Gahide, Davy Deschepper
Suono Bram Moriau
Direttore di palco Tom de With
Produzione Ultima Vez
Coproduzione KVS (Bruxelles, BE) Coproduzione 1999 Teatro Comunale di Ferrara, Festival d’estiú Barcelona Grec ’99, Luzerntanz e KVS
Ultima Vez è supportata dal Governo fiammingo e la Commissione della Comunità fiamminga di Bruxelles (BE)

Romaeuropa Festival, Teatro Argentina, 11 ottobre 2016, Roma

 

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