L’insetto-stecco di Sharon Eyal

 

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All’apertura del sipario è in scena una creatura strana, dal corpo nero e dai lunghi arti, che si piegano con bizzarre angolazioni.

Mi colpisce la solitudine dell’insetto-stecco, che procede lentamente, con una sua strampalata eleganza, cercando una direzione, un orientamento perso, accecato da fasci di luce conica che piovono dall’alto. Mi sento un’entomologa (mi capita spesso) a stare lì, seduta a osservare i tentativi ripetuti, con cui la creaturina magra e nervosa cerca di restituire un senso al proprio caparbio procedere nello spazio vuoto e asettico. 5bf20084562e9e5a789789cd586ce1e3_l

Ed ecco che, per togliermi da questo imbarazzo voyeristico, l’insetto, o quello che tale mi era apparso, viene raggiunto da un altro strano essere, simile, ma forse in un diverso stadio di mutazione, (gli insetti, si sa, hanno un complicato ciclo vitale che li costringe a penose metamorfosi).

Costui oppone le linee curve di arti protesi in alto o di lato, come sensibili antenne, agli angoli e alle rette della prima creatura. I due vanno avanti per un po’ senza degnarsi di uno sguardo, senza minimamente annusarsi, fino a quando sotto la stessa implacabile luce da laboratorio, non cominciano ad apparire altri elementi di questa popolazione.

Ecco che allora qualcosa succede, gli insetti si stuzziccano con un pungiglione, si riuniscono e si separano attraverso movimenti forsennati, o rarefatti e languidi come figurine settecentesche. Tutti in preda ad una propria ossessione; quale sia non è dato saperlo, almeno fino a quando non mi viene in mente di interrogarmi sul titolo del pezzo in scena: OCD LOVE è un poema del giovane Neil Hilborn sul Disturbo Ossessivo Compulsivo (OCD in inglese) e sull’amore, pubblicato in rete e diventato virale.

Tuttavia, mentre la coreografia si dipana con sapienza tra composizioni e intrecci molto formali, mi viene il dubbio che la patologia e il sentimento siano solo pretesti per una danza estenuante, troppo persistentemente autoreferenziale. L’universo culturale ed estetico di riferimento, evocato dalla musica techno di Ori Lichtik, dovrebbe essere quello vitalistico dei locali notturni di Tel Aviv, dei rave sulla spiaggia fino all’alba, del sesso come affermazione di sé e del proprio potere. Ma il tutto è in qualche modo anestetizzato, ridotto a un esperimento sotto il vetrino di un microscopio e i danzatori, pur bravissimi tecnicamente, appaiono totalmente spersonalizzati e abbrutiti, cosicché, ma è solo una mia impressione, ciò che voleva essere sensuale ed erotico, risulta disturbante, quasi ai limiti del pornografico.

Sharon Eyal e Gai Behar sono comunque artisti da tenere d’occhio; hanno creato per la L-E-V Dance Company un pezzo insolito, che esplora una possibile direzione della coreografia contemporanea. E a Romaeuropa alla sua XXXI edizione, va il merito di averlo proposto alla platea del Teatro Argentina di Roma.

Penso tuttavia che ci sia una punta di crudeltà ed autocompiacimento di troppo nel risultato finale.

 

OCD LOVE
Creazione Sharon Eyal, Gai Behar
Musica Ori Lichtik
Luci Thierry Dreyfus
Costumi Odelia Arnold con Rebecca Hytting, Gon Biran, Sharon Eyal, Gai Behar
Interpreti Gon Biran, Rebecca Hytting, Mariko Kakizaki, Leo Lerus, Darren Devaney, Keren Lurie Perdes
Coproduzione Colours – International Dance Festival – Stuttgart, Germany, Sadler’s Wells – London, England, Carolina Performing Arts – The University of North Carolina at Chapel Hill, USA, Julidans – Amsterdam, Netherlands, Montpellier Danse
La produzione di OCD LOVE è stata sviluppata durante la residenza artistica presso The Banff Centre, Canada

Romaeuropa Festival 2016

27 settembre 2016, Teatro Argentina, Roma

 

 

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