I cinquemila gesti di Sieni

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Come ultimo appuntamento della rassegna tutta italiana di danza contemporanea del Teatro di Roma, Virgilio Sieni ha presentato l’altra sera all’Argentina, la sua attesa versione della Sagra della Primavera di Igor Stravinskij, preceduta da una coreografia più breve intitolata Preludio, per contrabbasso (Daniele Roccato, compositore ed esecutore) e sei danzatrici nude.

Fermiamoci un momento soltanto a riflettere sull’etimologia della parola “preludio”: letteralmente, ciò che viene prima del gioco. Possiamo quindi intendere anche prima del rito? Come se il sacrificio, che dovrebbe essere compiuto dall’Eletta (la vittima prescelta, da immolare), fosse soltanto un gioco all’interno di una piccola comunità coesa e autoreferenziale?

Questo pensavo, osservando la scena vuota, priva di oggetti e i corpi dei danzatori, alcuni appena velati da collant di colore neutro, come accade spesso ormai nelle coreografie di Sieni. Niente mondo intorno, nessuna evocazione di realtà, soltanto una luce rosata che cade dall’alto, lambisce i corpi e si allarga a terra in un piccolo lago; a ricordare simbolicamente il sangue, forse.

Delle due coreografie la prima, Preludio appunto, è più dolce e intima, quasi ipnotica; ricorda in alcuni momenti Le grandi bagnanti di Cézanne, per la composizione e scomposizione continua dei corpi in multiple sfaccettature, per le pose e gli atteggiamenti di attesa nei confronti di un indefinito spazio.

La Sagra della Primavera inizia nello stesso modo, con una linea verticale di corpi sulla sinistra del palcoscenico, che tutti insieme ripartono in quella che sembra un’ardua accumulazione di movimenti densi e fitti fitti. L’energia trattenuta dai corpi, mai liberata, partorisce una moltitudine di gesti che diventano presto i veri protagonisti della composizione coreografica. Sovrastati da questa raffica di azioni primarie, scompaiono al nostro sguardo i corpi degli interpreti; scompaiono le loro identità individuali, risucchiate all’interno di questo insistente caleidoscopio gestuale, che non cambia mai colore: più di cinquemila gesti vengono inventariati freneticamente nei primi cinque minuti di danza. Poi si configureranno brevemente costellazioni e geometrie, cerchi, diagonali, parallelepipedi, piramidi. Ma lo spettatore frastornato fatica a sostenere l’ostinazione cieca con cui i movimenti continuano a sgorgare, a ripetersi, a mutare e proliferare. La musica di Stravinskij, pure piena di meravigliose sorprese e articolata con chiarezza in una ricchezza di voci e colori orchestrali, sembra soverchiata dal materiale dinamico intrecciato e sovrapposto, e appare addirittura appiattirsi e arretrare sul fondo, facendosi piccola.

Quasi come se il coreografo, novello starter, avesse sparato un colpo  sull’inizio del pezzo orchestrale, incitando i suoi danzatori a procedere incessantemente, disperatamente, ognuno tirannizzato dai propri movimenti.

Così, nell’impossibilità di compiere un rito che richiederebbe di tornare all’Uno, alla distinzione tra la propria individualità e quella altrui, tra un tempo prima e un tempo dopo il sacrificio, tra un’umanità primordiale e una società organizzata, gli interpreti procedono, rassegnati, fino alla fine.

(Chi desiderasse leggere altro sul Sacre du Printemps può  cliccare qui, qui e qui!)

 

Preludio

Regia e coreografia Virgilio Sieni

Musica Daniele Roccato

Interpreti Ramona Caia, Claudia Caldarano, Patscharaporn Distakul, Vittoria Sapetto De Ferrari, Giulia Mureddu, Sara Sguotti

 

La Sagra della primavera

Regia e coreografia Virgilio Sieni

Musica Igor Stravinskij

Interpreti Jari Boldrini, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Nicola Cisternino, Patscharaporn Distakul, Vittoria Sapetto De Ferrari, Maurizio Giunti, giulia Mureddu, Giulio Petrucci, Rafal Perzynski, Sara Sguotti, Davide Valrosso

 

Rassegna Il teatro che danza

9 gennaio 2016, Teatro Argentina, Roma

 

 

 

 

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