Cronaca di una mattinata di convegno: Immaginare la danza. Corpi e visioni nell’era digitale

 

Convegno organizzato dal Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo dell’Università la Sapienza di Roma in collaborazione con AIRDanza.

3/4dicembre 2015, ex Vetrerie Sciarra, via dei Volsci122, Roma

Comitato scientifico Silvia Carandini, Vito di Bernardi, Concetta Lo Iacono, Valentina Valentini

 

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La seconda giornata del Convegno era dedicata alla presentazione del pensiero teorico di due tra i maggiori coreografi viventi, l’italiano Emio Greco e l’americano William Forsythe.

Ne hanno parlato Francesca Magnini e Letizia Gioia Monda, introdotte entrambe da una lucida presentazione di Patrizia Veroli, che ha messo a fuoco i principali temi del simposio, cioè memoria e riproducibilità della danza in relazione alle nuove tecnologie.

Le relatrici hanno illustrato in sintesi i progetti sperimentali di organizzazione e catalogazione del movimento messi a punto negli ultimi quindici/venti anni dai due grandi maestri.

Emio Greco con la collaborazione del suo partner artistico Pieter C. Sholten e di un gruppo di ricercatori provenienti da diverse aree del sapere scientifico e umanistico, ha ideato il progetto Double Skin/Double Mind.

Tale ricerca, che ha indagato la riproducibilità del movimento attraverso strumenti digitali, gli ha permesso anche di riorganizzare il proprio immaginario coreografico intorno a un numero preciso di “concetti generativi” del movimento stesso, che costituiscono oggi una terminologia condivisa dalla sua equipe e dai suoi danzatori.

Vocaboli piuttosto criptici come Abracadabra, Leaving aura e Vacuum sono stati sinteticamente descritti da Francesca Magnini, a fianco di altri più immediatamente comprensibili dall’uditorio del convegno, tipo Rithm on o Undulation o Mapping, o ancora Bridging.

È apparso evidente lo sforzo di Emio Greco di dotarsi di un linguaggio capace di dare corpo all’immaginario “impalpabile” del danzatore, quando egli agisca come autore e interprete (il che con la danza contemporanea si verifica nella maggior parte dei casi).

Magnini dopo avere accennato agli evidenti legami culturali tra il lavoro di Greco-Scholten e le teorie elaborate nei decenni precedenti in ambito teatrale da Eugenio Barba e seguaci, ha dato spazio anche alla descrizione di un oggetto realizzato da Bertha Bermudez e Chris Ziegler (due dei ricercatori del gruppo di Double Skin/Double Mind), consistente in una “scatola degli attrezzi” ad uso dei danzatori che intendano stimolare il proprio immaginario, lavorando sulla soglia tra ciò che precede immediatamente le azioni e il risultato in termini dinamici di quelle stesse azioni.

Questo divertente oggetto dal nome significativo di Pre-Choreographic Mouvement Kit, ricorda a mio parere, le scatole sensoriali (Mistery Box) immaginate da Maria Montessori (con il grande Bruno Munari) per attivare, attraverso la stimolazione tattile e la relazione corpo/oggetto, la percezione sensoriale nella prima infanzia.

Letizia Gioia Monda, seconda relatrice della mattinata, ha invece incentrato la propria comunicazione sul processo di digitalizzazione del pensiero coreografico, analizzando il sistema Motion Bank Digital Score.

Motion Bank  è un progetto assai complesso elaborato da William Forsythe e dall’Università di Francoforte che, tra le altre cose, ha permesso nel 2013 di realizzare e diffondere in rete Using the Sky-An Esploration of Deborah Hay’s Solo No Time to Fly .

L’idea di score, o partitura, attraversa tutto il secondo Novecento, definendosi in ambito americano con la post modern dance e ricomparendo dopo diverse vicissitudini nella coreografia francese recente, sotto le spoglie del cosiddetto dispositif coregraphique.

Di fatto uno score, come con chiarezza ci dice Patrizia Veroli, è uno strumento per mettere a punto strategie coreografiche, fatta salva l’instabilità della coreografia come oggetto artistico; di modo che nella riproduzione di un pezzo possa cambiare il movimento ma rimanga intatta la coreografia, cioè in sostanza l’idea coreografica.

Using the Sky della Hay, ci racconta Letizia G. Monda, è stato affidato a tre differenti danzatrici, ognuna delle quali ha utilizzato lo score cartaceo di partenza; il movimento è stato quindi filmato e digitalizzato, in modo che sia possibile fruire del pezzo on line, servendosi di uno strumento articolato capace di fornire una visione parallela dei filmati e delle partiture digitali, sincronizzati tra loro e allineati anche con lo score cartaceo.

Esperimenti come questo sono anche un tentativo interessante di reagire al rapidissimo tempo di decadimento dell’opera coreografica, permettendone una visibilità alternativa su piattaforma digitale.

Chi fosse interessato, oggi può infatti entrare nella coreografia della Hay e analizzarla in profondità, cliccando qui.

 

(Su questo blog seguirà a breve il resoconto della seconda parte della mattinata di convegno, con le relazioni di Susanne Franco/Ada D’Adamo e Gaia C. Chernetich)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un Commento

  1. Pingback: Immaginare la danza. Corpi e visioni nell’era digitale. # Parte seconda | I blog di Monica Vannucchi

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