Cose belle da non dimenticare, terza parte, 2014

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«Only connect! That was the whole of sermon. Only connect the prose and the passion, and both will be exalted, and human love will be seen at its hight. Live in fragments no longer. Only connect, and the beast and the monk, robbed of isolation that is life to either, will die» (Casa Howard, 1910).

Non sappiamo se il regista e drammaturgo tedesco Falk Richter abbia tenuto presente questa celebre frase di E. M. Forster, considerata una massima della letteratura inglese moderna; certo è chiaramente all’idea di relazione, di connessione e forzata dissociazione dei rapporti personali nelle società contemporanea tecnologicamente avanzata, che il suo spettacolo si ispira, fin dal titolo.

For the Disconnected Child è un lavoro del 2013, ancora in cartellone lo scorso inverno alla Schaubühne am Lehniner Platz di Berlino. Quindi è lì che fortunatamente ho potuto vederlo e apprezzarlo, in una serata con i sottotitoli in inglese (la stagione prevede sempre una nutrita serie di serate con sottotitoli in lingua straniera, ma molti lavori sono anche recitati in una sorta di flusso bilingue continuo, con passaggi fluidi dal tedesco all’inglese!).

Quel barlume d’intimità che forse potrebbe esserci tra, ad esempio, una Madre e una Figlia lontana al telefono; o tra un Padre anziano, orgoglioso, recalcitrante ad accettare l’accudimento da parte di un Figlio adulto e già sfibrato dalla vita; quel briciolo di empatia, di calore umano che dovrebbe unire il simile al simile, ecco, Richter ci dice che non si raggiunge quasi mai, non lo si raggiunge più. Ci mostra sulla scena persone di diverse generazioni, differenti contesti sociali e aspirazioni, che rincorrono l’illusione di un incontro, la scintilla prodotta dal contatto di un attimo, e lo fanno disperatamente, caparbiamente: la parola, il canto, la danza, il video, tutte le espressioni di cui possiamo servirci per catturare l’attenzione di un altro, sono messe al servizio di questo sforzo, che pare estremo, inane. A fare da sfondo risuonano ogni tanto frammenti appena percettibili, qualche accenno nei costumi (un collo di pelliccia, ad esempio), qualche aria, dall’Eugenij Onegin di Čajkovskij da Puškin (anch’esso il racconto del fallimento di una possibile relazione).

Una scenografia su più piani, com’è usuale ormai sulla scena berlinese e ricca di acciaio e trasparenze; una compagnia di artisti eccellenti, tutti protagonisti; un’orchestra dal vivo in palcoscenico; un perfetto amalgama dei linguaggi utilizzati, nel quale ogni codice mantiene la propria identità espressiva, pur entrando, qui sì, in connessione con gli altri. La maestria di Richter è notevole: pur trattando volentieri tematiche sociali, riesce a non essere didascalico né come regista né come coreografo. La confezione finale dello spettacolo è raffinata, curatissima, eppure i contenuti del “dramma” non si raffreddano, le parole, i gesti e le immagini arrivano allo spettatore potenti e brucianti. Da rivedere appena possibile, sperando in qualche data italiana.

 

For the Disconnected Child

Testo Falk Richter

Musiche composte da Malte BeckenbachAchim BornhoeftOliver FrickHelgi Hrafn JónssonJan KoppJörg Mainka, Oliver Prechtl

Regia e coreografia: Falk Richter

Direttore dorchestra: Wolfram-Maria Märtig

Scene: Katrin Hoffmann

Costumi: Daniela Selig
Video: Chris Kondek

Dramaturg: Florian BorchmeyerNils HaarmannJens Schroth

Disegno Luci: Carsten Sander

Attori: Christoph GawendaFranz HartwigUrsina LardiTilman StraußLuise Wolfram

Danzatori: Andreas Merk, Franz RogowskiJorijn Vriesendorp

Cantanti: Helgi Hrafn JónssonBorjana MateewaGyula Orendt, Narine Yeghiyan

E con: Musikern der Staatskapelle Berlin und der Orchesterakademie bei der Staatskapelle Berlin

Schaubühne am Lehniner Platz, novembre 2014, Berlin

 

 

 

 

 

 

 

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