Contemporary Dance Fundamentals #1 Transizione

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La transizione è quella condizione dinamica così speciale di trasformazione, che ha il suo inizio in una struttura formale e percorre la strada necessaria al raggiungimento di un’altra e diversa struttura formale.

 

Alcune tecniche storiche di movimento come il ballet o il mimo hanno affinato per decenni, secoli a volte, un incredibile sistema di occultamento di questo passaggio; altre come la biomeccanica ad esempio, che affonda le proprie radici nei primi anni del secolo scorso, lo hanno interrogato a fondo tentandone una dissezione e una codificazione. Ma è la danza contemporanea che se ne appropria veramente, facendo della transizione il fulcro del proprio pensiero.

 

Ciò che è apparso per più di un secolo preparatorio a, diventa così il cuore del linguaggio contemporaneo.

La ricerca, negli anni Ottanta e Novanta del Novecento si orienta in direzione dell’effimero, insito nella costituzione fuggevole del movimento; lo eleva, questo effimero, a statuto della vera e propria “contemporaneità” in danza.

 

Cioè, la danza contemporanea si svela nelle pieghe della transizione, di ciò che lega, unendo o separando, i movimenti tra loro; ma anche di ciò che muta continuamente le forme compiute o chiuse su se stesse, sulle quali l’occhio dello spettatore tenderebbe a riposarsi, la mente a rilassarsi, pacificata per avere afferrato un significato.

 

Il senso d’inquietudine così tangibile in molta danza d’autore anni Ottanta e Novanta, è da ricercarsi, secondo me, in massima parte nella scelta di avere privilegiato il viaggio, il passaggio, la transizione, ai momenti di posa.

 

Come L’uomo che cammina di A. Giacometti, il danzatore contemporaneo è senza quiete poiché, addirittura nella stasi del corpo egli continua a tenere in vita l’idea di spostamento, di mutamento di stato. Il danzatore è in una condizione di pericolo costante, in continua sfida, non più con la perfezione della posa, ma a causa dell’eccessiva passione per il “non finito”, per il mai quieto (quella danza interiore che Steve Paxton chiamava nei primi anni delle sue ricerche, the small dance).

Ogni forma, dunque, secondo questo pensiero, contiene in sé e può generare molteplici forme, ognuna a sua volta portatrice di altre possibili metamorfosi.

 

Quanta lontananza dall’idea di un cristallino arabesque, in perfetto equilibrio spazio-temporale!

 

 

 

 

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  1. paola

    Tantissimi anni fa avevo scritto un progetto didattico assieme a Paolo Damiani ispirato alla transizione a quel “tra” che accade e che bisogna far accadere nel passaggio da un movimento all’altro, al segreto che la transizione contiene e che fa anche la differenza nella bravura di un danzatore; la capacità di viversi fino in fondo quella transizione. Era un progetto che intendeva esplorare e portare in primo piano la “danza del tra”…insomma in realtà sono pieghe piene di sostanza. Sono passaggi che bisogna avere il coraggio di viversi, non sempre piacevoli e che non danno soddisfazione e soprattutto non si mostrano e non appaiono ma si “sentono”. Il “tra” è una condizione, fortemente ancorata all’esperienza

  2. monicavannucchi

    Ciao paola, che bello, ritornano i commenti! mi piace l’idea di un progetto didattico sulla transizione. poi cosa è successo, non andò in porto? potresti riproporlo. il tema è centrale, io ci lavoro da tanto, in sala è più facile con il corpo farsi capire, ma scrivendo devo trovare le parole giuste per spiegarmi bene. comunque mettere l’accento sulla transizione è spiazzante, toglie sicurezza. un bacio, m.

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