Altre visioni #anno secondo/3

Questo, a firma di Giulio Sonno, è l’ultimo dei testi prodotti dai miei allievi del Master in critica giornalistica di quest’anno, che ho deciso di pubblicare anche per mettere a confronto diverse modalità di analisi.

Come nei due casi precedenti si parla di Roseland di Wim Vandekeybus.

Roseland (1990) è un’opera che raccoglie ed elabora cinematograficamente le prime tre coreografie del danzatore fiammingo Wim Vandekeybus: What the Body Does Not Remember (1987), Les porteuses de mauvaises nouvelles (1989) e The Weight of a Hand (1990). Il film -diretto da Walter Verdin, Octavio Iturbe e lo stesso Vandekeybus – fu premiato con il “Dance Screen Award” per la sua capacità di trasformare il linguaggio della danza in un’esperienza visiva pura, che si avvale di una ricca gamma di tecniche cinematografiche. Roseland, in effetti, è un prodotto artistico che riesce a stimolare diverse letture nonché suscitare numerose domande in virtù della sua grande varietà di immagini. Un fil rouge tuttavia si può trovare,o ancor meglio una piuma, rossa, sostenuta dal soffio dei danzatori o una miccia, ancora più rossa, che brucia e scintilla dal principio alla fine.

Roseland_Vandekeybus_2

Innanzitutto l’ambientazione. Si tratta di un vecchio cinema di Bruxelles, cadente, consumato dall’abbandono, che all’improvviso ricomincia a prendere vita: la compagnia Ultima Vez compare in scena, compassata, eloquente, come a  ricomporre una vecchia foto d’epoca ma ecco che l’energia irrompe e i dodici danzatori fanno implodere la forma rigida e arrugginita di quel luogo dimenticato.Roseland_Vandekeybus_4

Forma, per l’appunto. Se c’è infatti un elemento che ricorre in tutta l’opera è lo scontro quasi selvaggio fra il rigore di una forma dura, immobile, statica e la continua rottura dell’equilibrio precostituito, che precipitando viene a creare una nuova possibilità di vita proprio là dove sembrava essersi esaurita per sempre. Pietra, legno, metallo: materiali apparentemente inerti che attraverso la danza recuperano un loro movimento in potenza e acquisiscono al contempo una nuova forma, quasi rigenerata (come il blocco di ghiaccio che una volta battuto e squagliato si rivela una bianca camicia da uomo).

La forma anche come proiezione di spazio. E in questo senso, emblematico è il progressivo contrasto tra la quiete orizzontale e lo slancio verticale: un pavimento scacchiera che sembrava schiacciare i corpi (sensazione acuita inoltre da una suggestiva ripresa perpendicolare dall’alto), si scorpora in numerosi bancali di legno che vanno a costruire torri improvvisate, costante occasione di innalzamento ma anche di rovinosa caduta.

Questa continua insidia della caduta, ovviamente metaforica (evidenziata da un tappeto musicale sincopato, concitato, talvolta ossessionante), non è però una visione minacciosa che suscita spavento, ma costituisce un avvicinamento alla conoscenza, il primo passo verso l’altro: è come se il danzatore, accettando il pericolo denunciasse la propria limitatezza di singolo e si affidasse alla necessità dell'”altro”, che infatti giunge ogni volta in soccorso. La comunicazione dei corpi, dunque, suggerisce una nuovo modo, collettivo, di combattere la deriva solitaria. 

Roseland_Vandekeybus_3

A questo proposito va sottolineato l’accento che il coreografo pone sulle dinamiche di coppia. I due sessi si avvicinano, legati indissolubilmente dal laccio atavico dell’attrazione, si scrutano, tentano di toccarsi – lo vogliono – ma ancora una volta salta una molla e si innesca una sorta di incontro-scontro, un commistione di sacro e animale, che le sfumature orientali delle percussioni trasformano in un combattimento-amplesso da arti marziali: i corpi si respingono e si rincorrono in una tensione tutta umana volta alla scoperta dell’altro sesso. 

Con Roseland Vandekeybus non sembra proporre una coreografia (in senso canonico), bensì suggerire una nuova lettura del corpo e del suo rapporto con gli oggetti, gli uomini e se stesso. Ne emerge dunque un ripensamento dei gesti quotidiani e della dimensione spaziale in cui essi vengono compiuti, offrendo una maniera alternativa di combattere le ossessioni e ri-formare i movimenti.

 

Un Commento

  1. Pingback: In Spite of Wishing and Wanting Revival | I blog di Monica Vannucchi

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