Altre visioni #anno secondo

Con il titolo Altre visioni pubblico anche quest’anno alcuni scritti elaborati dagli allievi del Master in critica giornalistica dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amicoa conclusione del mio corso di Analisi del testo coreografico. Siamo alla nona edizione del Master e credo che questi lavori testimonino, da parte dei nostri studenti, una buonissima capacità di vedere oltre. 

La coreografia analizzata a fine corso è anche, come lo scorso anno, un film: Roseland di Wim VandekeybusIl primo “pezzo” è di Maria Antonietta Pugliese.  

Vandekeybus Roseland

Comincia con una fotografia di gruppo il video film Roseland, realizzato nel 1990 e diretto da Walter Verdin, Octavio Iturbe e dal coreografo belga Wim Vandekeybus, a cui si deve anche la creazione delle tre coreografie da cui è tratto il materiale dinamico: What the Body Does Not Remember del 1987, Les porteuses de mauvaises nouvelles del 1989 e The Weight of a Hand del 1990. Tutte realizzate per la sua compagnia, Ultima Vez.

Una fotografia, quindi, che inquadra tutti e dodici gli interpreti, ma anche un’istantanea, scattata e riscattata, in un corner familiare, abbellito da carta da parati con motivi floreali. Non ci si rende conto della quantità di materiale già presente in questo inizio, non si può percepire il carico di atletismo parossistico che qualche frame dopo si scatenerà, ma è istintivo stare all’erta, fare leva sugli avambracci, con i palmi delle mani ben posati sulla seduta, per cercare una tensione nella visione.

Perché gli interpreti entrano, si conficcano in un angolo e si mettono in posa? Perché escono e rientrano, ripetendo la medesima gestualità, solo aggiungendo un elemento, una stola rossa posata in terra?

Quel che si afferra è la dimensione di una intimità forse creativa, nella quale bisogna stare, tutti e con i propri corpi ben presenti a se stessi. Quel che si svolge dopo, da qui parte e a questa metafora creativa torna, con la consapevolezza, forse, di una sfida, come un colore rosso spruzzato su una tavolozza bianca.

image of roseland

Finiti i titoli di testa i danzatori si lanciano in una corsa in tondo, brutale, forsennata. Sono in uno spazio vuoto, arricchito di elementi dalle panoramiche della telecamera, che ruota di buoni gradi, come gli interpreti. Compaiono tronchi, che perimetrano parte del tappeto della performance e che successivamente verranno praticati, con scarponi speronati, nel gesto fisicamente forte dell’arrampicata. La corsa è una staffetta, il testimone è un blocchetto di gesso, gettato in aria o passato di mano in mano.

Emerge subito il problema. Lo spazio è pieno di ostacoli, inermi, estranei come gli oggetti, o anche vivi, che si gonfiano del respiro. Gli stessi corpi dei performer sono problemi da risolvere, volumi da oltrepassare, scansare, evitare, questo vale per gli uni come per gli altri. I blocchetti di gesso occupano il pavimento, disegnano una traiettoria che si fa complessa anche per il semplice movimento della camminata. Attraversarli con le suole delle scarpe vuol dire salirci, accettare la loro instabilità, essere pronti a trovare una nuova soluzione, un nuovo equilibrio sempre dinamico, con il rischio di una caduta perenne.

C’è aggressività nella composizione, i corpi si cercano, si attirano, si scontrano in impatti violenti. Salti, prese, corpi accucciati, slanci e contatti. C’è una provocazione organica nella creazione che fa leva sull’energia dei corpi. Ma c’è anche una dimensione da giocoleria acrobatica, i danzatori si appendono come trapezisti o si infilano e sfilano giacche, ci si fasciano la testa dando spinta al movimento vorticoso della rotazione, che domina la scena.

Ricompare l’elemento rosso, in un vestito, in una piuma che bisogna conservare sospesa, librata a suon di soffi. I corpi non si risparmiano, si dà fondo alle riserve di muscoli e nervi, ma c’è anche leggerezza, pulizia alla fine. Tutto questo è anche nel riferimento all’elemento sonoro – le musiche sono di Thierry De Mey e Peter Vermeersch – che alterna percussioni, clarinetto e pianoforte o in quello cinematografico, con montaggio alternato tra bianco/nero e colore.  roseland-2-filmstill-wim-vandekeybus

Ci si accorge che lo spazio che fa da set a questo film è un cinema fatiscente di Bruxelles, abbandonato negli ultimi vent’anni, il che alimenta la metafora creativa, istintuale e leggera, brutale e organica. Infatti Roseland ha ricevuto un Dance Screen Award proprio per la capacità di portare su uno schermo dinamico un’esperienza coreografica, teatrale, attraversata da una gamma completa di tecniche cinematografiche.

In questo spazio da cantiere distrutto, con piastrelle saltate e spalti da ex platea, i gesti si complicano. Parlare al microfono, come attori, significa non distrarsi e destreggiarsi in un policentrismo performativo. In questo ring tre coppie si sbattono e perlustrano il pavimento striscianti. Si coglie ricerca, corteggiamento, forse semplice contatto, ma in un clima da sirene spiegate, con mezza bocca sorridente e mezza bocca ingrugnita. Torri di pedane, salti e cadute, acqua e piastre da stiro roventi, porte girevoli e corpi in lotta, in questa eruzione di materiale che fa stare in apnea, avvinti al flusso e con il desiderio di accucciarsi, con i danzatori, in posizione fetale, almeno per un po’.

Regia: Walter Verdin, Wim Vandekeybus, Octavio Iturbe

Coreografie:  Wim Vandekeybus

Musiche: Thierry De Mey, Peter Vermeersch

Montaggio: Octavio Iturbe, Walter Verdin

Interpreti: Assumpta Arques Surinach, Jabi Bustamente, Nicolas Crow, Charo Calvo, Maria Grazia Noce, Muriel Hérault, Peter Kern, Shannon McMurchy, Lieve Meeussen, Simone Sandroni, Eduardo Torroja, Wim Vandekeybus

Direzione musicale: Georges-Elie Octors

Musicisti: Géry Combier (percussion, double bass), Thierry De Mey (percussion), Dirk Descheemaeker (bass clarinet, clarinet), Jean-Paul Dessy (cello), Jean-Luc Fafchamps (piano), Vincent Jacquemin (clarinet), Michel Massot, Alain Pire (trombone), Georges-Elie Octors (percussion), Jean-Luc Plouvier (piano), Eric Sleichim (sax, klarinet), Peter Vermeersch (saxophone, clarinet)

Registrazione: Daniel Léon (studio Cathy – Brussels)

Responsabile: Pascal Joris

Luci:Octavio Iturbe, Pascal Joris

Costumi: Isabelle Lhoas

Ideazione del set: Wim Vandekeybus

Abiti: External Use

Riprese: Danny Elsen, Serge Erverdepoel

Assistente alla ripresa: Alex De Backer, Sam Coeckelberghs

Luci: Wim Vandekeybus, Octavio Iturbe, Walter Verdin, Danny Elsen, Serge Everdepoel, Pascal Joris

Registrazione suoni: Chris Laureys, Yvan De Beer

Assistente al suono: Anke Pesh

Assistente alla direzione: Catherine Van Dorsselaer, Sonia Gasparini

Tecnici: Pascal Joris, Patrick Dams, Guido Vandervelpen, Dirk Buseyne

Responsabile registrazione: Daniel Demoustier

Mixing: Hans Helewaut, Walter Verdin

Postproduzione: Audiovisuele Dienst K.U.Leuven, ACE Editing

Responsabile di produzione: Sonia Gasparini

Realizzazione: Walter Verdin

Produzione: Beeldhuis nv

Co-produzione: Ultima Vez, BRT, Audiovisuele Dienst K.U. Leuven and Alive From Off Center, Twin Cities Public Television Inc.

Basato su: What the Body Does Not Remember (1987), Les porteuses de mauvaises nouvelles (1989), The Weight of a Hand (1990).

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