Sasha Waltz, Continu

Per quanto mi riguarda, sulla questione io sto con i francesi.  Mi rifiuto cioè di applicare etichette quali classico (e neoclassico), contemporaneo, moderno (e postmoderno) come semplici indicatori temporali . Più o meno quel che dice Laurence Louppe nel suo Poétique de la danse contemporaine (trovate degli estratti qui). E non vorrei considerare quello cronologico come l’unico metro attraverso cui misurare l’arte della danza; più o meno ciò a cui si riferiscono Michel Bernard  e Véronique Fabbri nel loro Génealogie et pouvoir d’un discours: de l’usage des catégories, moderne, postmoderne, contemporain, à propos de la danse (per il Collège international de Philosophie/Rue Descartes, 2004/2-n.44).

Ma non si può negare che il pubblico abbia disperatamente bisogno di riferimenti attraverso i quali mettere un certo ordine nella produzione artistica assai variegata che la scena presenta oggi. Quindi bisogna pur intendersi quando si dice, o scrive, a cosa afferisca tal o talaltro lavoro coreografico. Nel caso di Continu ad esempio, il disorientamento di molti spettatori era palese l’altra sera a Roma: conoscevano Sasha Waltz come autrice di alcuni tra i più interessanti lavori di teatro-danza degli anni Ottanta e di un progetto site specific  particolarmente riuscito, Dialoge 09, ambientato nell’architettura di Zaha Hadid, in occasione dell’inaugurazione del museo MAXXI, proprio a Roma nel 2009; sempre per Romaeuropa la Waltz aveva anche presentato Improntus su musiche di  Franz Schubert, con un suggestivo impianto scenico di pedane inclinate.

Differentemente, in Continu viene a mancare l’imponente presenza delle architetture; è azzerato quasi totalmente il carattere ibrido di  sue precedenti operazioni di teatro-danza, come la potentissima trilogia intitolata Körper ; siamo nell’ambito di una danza astratta e asciutta, che saetta e dardeggia gesti su un bianco e nero di estrema purezza. Con rigore la Waltz  tramite i suoi danzatori indaga alcune pagine del Novecento musicale modernista:  Iannis Xenakis, Edgar Varèse, Claude Vivier, mentre in filigrana si possono leggere movimenti, pose, dinamiche tipicamente espressioniste alla Wigman; o torsioni e cadute di matrice Graham. La tradizione è distillata e innerva una gestualità severa, grave, del resto, questa sì, già presente anche in Körper .

I critici sono alla ricerca di una nuova etichetta per questa danza; io penso a un’opera del presente, che non ha paura di volgere lo sguardo indietro, e portare con sé la tradizione dell’avanguardia ( lo so, è un ossimoro).

Continu

direzione della coreografia Sasha Waltz

Stage design Thomas Schenk, Pia Maier Schriever, Sasha Waltz

Costumi Bernd Skodzig

Luci Martin Hauk

Drammaturgia Jochen Sandig

danzatori Liza Alpizar Aguilar, Ayaka Azechi, Jirì Bartovanec, Davide Camplani, Maria Marta Colusi,J uan Kruz Diaz de Garaio Esnaola, Luc Dunberry, Edivaldo Ernesto, Delphine Gaborit, Florencia Lamarca, Sergiu Matis, Todd McQuade, Thomas Michaux, Virgis Puodziunas, Sasa Queliz, Zaratiana Randrianantenaina, Orlando Rodriguez, Mata Sakka, Yael Schnell, Xuan Shi, Niannian Zhou

Percussioni Robyn Schulkowsky

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