Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #5

Capitolo quinto: Interpretazione (corpo estetico/corpo esteso)

Henri Matisse, La danse II


Questa è l’ultima puntata della prima piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea, con Enrica, Francesca, Paola, e la sottoscritta. Riprenderemo senz’altro il discorso perché parlarne fa pensare; e pensando torna la voglia di confrontarsi, riparlandone. Abbiamo già in mente una versione estiva del menù e una location “al fresco” come direbbero gli inglesi. Intanto le precedenti puntate potete leggerle qui:

La danza è un viaggio lunghissimo

Noi siamo dei giocolieri

Danza d’autore

L’improvvisazione e la composizione

 E.: qui si parla di insegnare, di costruire corpi, di coscienze eccetera. Allora metto sul piatto della discussione alcune cose che sto facendo e che non hanno nulla a che vedere con la danza, ma sono invece percorsi psicoterapeutici in cui il corpo, con le sue diverse parti e organi, è il veicolo dei messaggi.

Noi danzatori e insegnanti di danza lavoriamo sul corpo e con il corpo, però un corpo estetico, che si vede, che deve produrre risultati dinamici, deve danzare. Non lavoriamo invece con le memorie del corpo, che non è facile andare a toccare con le tecniche della danza, neanche della danzaterapia, secondo me. C’è tutto un materiale legato alle memorie, della tua vita o ancora più antico, che non possiamo, come insegnanti di danza, maneggiare, perché è dinamite, è un fuoco. Io mi chiedo se come docenti di danza siamo consapevoli che quello che stiamo trattando è qualcosa che va oltre ciò che semplicemente si può vedere su un palcoscenico.

M.: con gli allievi-attori questi aspetti sono proprio sottopelle, come se stessero sempre per emergere, affiorare…

F.: io sto molto attenta a non toccare aspetti che non sarei capace di gestire, e lavorando con adulti che provengono da esperienze di vita a volte fortissime, questa consapevolezza l’ho ben presente. Non faccio danza-terapia, tantomeno psicoterapia, però credo molto nella possibilità di sciogliere certi nodi passandoci attraverso, indirettamente; lavorare sul corpo in modo non giudicante, cercando di sensibilizzare, aprire e liberare, permette alle persone una forma di auto-cura.

E.: mah, io ho danzato tutta la vita, ma certi nodi non li ho sciolti…

F.: credo che questo succeda perché come professionista, hai dovuto costruire in un certo senso un corpo pubblico, che appartiene a tutti:  una scatola, un involucro a disposizione dei coreografi e del pubblico.

Invece, praticando danza contemporanea come adulti non professionisti ci si può permettere di lavorare anche per se stessi, attraversando morbidamente la relazione corpo-mente. Io ho studiato danza butoh con Masaki Iwana e mi ha aiutato in questo senso, aprendomi delle finestre inaspettate.

E.: io anni fa partecipai negli USA a un lungo seminario Grotowsky, interessante e al contempo pauroso. Ma quello di cui parlavo adesso sono certe “connessioni remote” cui la danza da sola non mi ha mai portato.

F.: forse una danza troppo “oggettiva”, strutturata…

M.: credo ci siano dei limiti. La danza, come modalità, non è l’unica che può portarti a raggiungere certe cose.

E.: ci si può credere o meno, averne paura; in ogni caso la memoria nel corpo c’è. E viene fuori.  Allora, visto che noi nelle nostre istituzioni pubbliche o nelle associazioni private  ciò che facciamo è insegnare un’arte che si può trasmettere solo attraverso il corpo, devo confessare che io a volte mi sento a disagio: sapendo di avere a che fare con i corpi, il mio e quelli degli altri, e trattandoli limitatamente a questo loro aspetto materiale. Mi piacerebbe considerarli anche come antenne, come depositi di memorie.

P.: sicuramente bisogna sempre sottolineare il fatto che la danza è un’arte; è tecnica nel senso di tekné, costruzione. In quanto tale è anche una pratica e io come insegnante attraverso questa pratica voglio aiutare gli allievi a ridurre i problemi, ridimensionandoli, non amplificandoli. Alle volte vedo per esempio che la soluzione consiste in una semplice indicazione esecutiva come quella, non so, di spostare il peso corporeo da un piede a un altro… senza entrare in sfere troppo delicate che non potrei gestire. Mi piace concentrarmi di più sull’idea di lanciare alle persone una sfida, spiegando che quello che stiamo cercando di fare non è naturale fino in fondo, ma artefatto, fatto ad arte.

E.: sì capisco. Però penso che se per esempio io potessi dedicare almeno un po’ di tempo all’inizio di ogni lezione alla meditazione, al pensiero che tu sei più grande, più profondo, più “esteso” di come realmente ti percepisci…

M.: ognuna di noi lavora in contesti diversi che condizionano certe scelte; purtroppo non si può fare tutto.

Comunque secondo me sarebbe bello affrontare attraverso questo discorso che tu fai, Enrica, il grande tema dell’interpretazione.

Per me tutto quello di cui abbiamo parlato (lo spessore dei vissuti personali, le stratificazioni di memorie consapevoli o inconsapevoli), va a confluire nella possibilità interpretativa che ognuno di noi ha; nelle scelte di forma, cifra stilistica, poetica, orizzonte di senso, che possiamo dare alla nostra danza.

Credo che la capacità interpretativa individuale, infatti, abbia poco a che fare con la razionalità.

P.: c’è un’ultima cosa che vorrei dire e che per me è molto privata, quasi una confessione: io ho bisogno della lezione di danza perché in fondo adesso quello è il mio palcoscenico e gli allievi sono il mio pubblico. In un certo senso, dicendo questo, sto arrivando alla definizione della mia identità, sto rispondendo alla tua prima domanda, Monica; io insegnando non rinuncio alla mia dimensione artistica ma la trasformo. Penso che questo bisogno che ho di mostrarmi, sia anche la “forma” specifica del mio insegnamento.

M:. io ringrazio tutte voi per le straordinarie suggestioni che il nostro discorso ha preso, e per la condivisione di aspetti anche così privati, ma importanti. Lasciamo che i nostri pensieri si sedimentino per un po’ di tempo, in attesa di continuarne a parlare insieme nei prossimi incontri.

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  1. mucca carolina

    leggo e rileggo la vostra bella tavola rotonda, gli ultimi mesi mi stanno portando molte domande che vorrei condividere con voi sulla terrazza fiornita con un vino bianco fresco…
    come si modifica, si plasma una stessa idea (poetica, pratica, tecnica) di danza portandola a corpi diversi? come resta quella idea, quella pratica, declinandosi?
    e come si modifica il corpo, il mio corpo, quando è performativo, quando è in una dimensione di insegnamento, quando è veicolo della danza di altri?
    dov’è l’appuntamento tra la mia danza e la danza che incontro?e i corpi che incontro in scena, in prova, a lezione…
    e la memoria dei corpi che ho conosciuto, la danza di Monica, la danza di Paola, la danza di altre persone che riaffiora sorridendomi quando meno me lo aspetto.

    mucca carolina nell’ultimo anno sta incontrando persone preziose che le stanno facendo venire voglia di diventare mucca volante

    • monicavannucchi

      Ciao mucca carol !! qui siamo in crisi, c’è un momento di sospensione della tavola rotonda e di immersione nel lavoro concreto di fine anno. Paola mi dà una mano al Malafronte. Tu mi manchi molto.

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