Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #4

 Parte quarta:L’improvvisazione e la composizione (soggettività/oggettività)

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Francesca riprende il discorso sulla “ripetizione” nella didattica e nella composizione, e attraverso gli interventi successivi di Enrica, di Paola e miei si cominciano a delineare alcuni punti di vista differenti che mi sembrano interessanti in ambito pedagogico. Mi scuso con i lettori per la lunghezza di questo post, ma il ragionamento non filava spezzandolo in due. Buona lettura!

 F.: io per esempio questo discorso della ripetizione con o senza variazione lo utilizzo molto nell’improvvisazione, perché fare improvvisazione non significa fare quello che ti pare. Tu parti dall’improvvisazione per trovare il materiale, la sensazione, l’idea e la motivazione di quell’idea; però poi io chiedo alle persone di ritrovare e ripetere quella stessa idea, anche dopo, poniamo, che sono usciti e sono andati a farsi una passeggiata. Devono essere in grado di riprodurre lo stesso materiale, di fare riscorrere nel corpo quella stessa sensazione.

E.: non sono d’accordo. Tu non sei mai lo stesso di poco prima. Certo, devi ritrovare quello che hai fatto, però non sarà mai identico.

F.: io quando danzo la penso come te Enrica, ma quando insegno improvvisazione…

P.: neanch’io sono d’accordo con te Francesca. Secondo me un conto è la ricerca e un conto è l’improvvisazione pura: l’improvvisazione pura è comporre in modo estemporaneo.

F.: certo, è composizione istantanea. Nella tecnica Contact per esempio è così.

E.: composizione in diretta

P.: devi essere estremamente aperto e sensibile e poi fare appello ai tuoi cavalli di battaglia

M.: spiegami bene cosa intendi per cavallo di battaglia…

P.: intendo quelle cose che nel corpo ti ritornano spesso, che sai che ti funzionano di più dinamicamente e che ti riempiono un vuoto; il cavallo di battaglia per me è come la sponda a cui ti appoggi quando c’è un vuoto creativo. Si può per esempio utilizzare una sequenza come appiglio, usandola per partire con l’improvvisazione, oppure ritornarci nei momenti di vuoto.

F.: l’improvvisazione pura però è un’altra cosa!

M.: il discorso sull’improvvisazione è importante e complesso. Spero che lo riprenderemo, però io volevo tornare nuovamente sulla questione della struttura della lezione.

Perché in questi anni ho cambiato tante volte la lezione alla ricerca della struttura ideale, che non c’è mai.  Secondo me anche qui dipende da tante variabili: il numero degli allievi, il loro livello, lo spazio fisico, l’ambito pubblico o quello privato, gli obiettivi formativi eccetera.

P.: in effetti da questi incontri potremmo ricavare una best practice

M.: sì, anche se nel nostro piccolo forse facciamo le “buone pratiche”, anche prima dell’Europa, da sempre! Mi è piaciuta molto l’immagine che Paola ha usato per definire il nostro lavoro, quella dei giocolieri. Da anni facciamo giochi di prestigio inventando soluzioni per ogni situazione, come prestigiatori che tirano fuori conigli dal cappello. E questo al di là di tutte le definizioni che si possono dare al nostro lavoro; si può parlare di buone pratiche o di pratiche anche “perverse” se vogliamo (perché per me la pedagogia della danza di derivazione ballettistica è una pratica “perversa”, di origine ginnica e militare, e non è che si possa applicare così com’è in tutti gli ambiti). Per esempio, anni fa mi sono trovata con l’esigenza di dare un corso a colleghi con cui stavo lavorando, che erano assolutamente alla pari con me dal punto di vista del bagaglio culturale, della capacità di lettura del movimento eccetera, ma avevano una storia tecnico-formativa diversa; in quel caso ho dovuto inventare una struttura di lezione nuova, cercando di capire con chiarezza quali fossero le loro esigenze e i miei obiettivi.

P.: ho un’altra domanda. Quanto influisce il corpo nel vostro modo di insegnare? Non voglio dire il vostro corpo di oggi, che può essere stato modificato dall’età, dagli infortuni o dai dolori: intendo più parlare di un’individualità fisica che condiziona certe scelte di metodo o di materiali. Quanto di personale o di…per esempio mi torna in mente quello che ci proponeva Enzo Cosimi quando danzavo con lui: era una gestualità riconoscibile come molto sua. Secondo me questo è legittimo in ambito coreografico, perché lì tu stai passando agli interpreti una tua creazione. Ma quando insegni, quante volte ti domandi se quello che stai proponendo non sia per caso troppo personale? Cioè condizionato anche dal tuo essere un corpo di un certo tipo? Il mio cruccio quando ripenso alle mie lezioni  a volte è quello di dirmi che forse avrei dovuto fare qualcosa di più oggettivo. Spesso vedo le difficoltà degli allievi e penso che siano dovute non al fatto che chiedo cose troppo difficili, ma troppo personali. Anche quando compongo le sequenze ad esempio…

E.: ma no, è proprio nelle sequenze che ti devi sentire più libera perché quella è la parte più espressiva del tuo lavoro di docente e anche del loro lavoro di studenti

P.: Va bene, ma mi ricollego alla domanda di Monica: anche nella struttura della lezione mi capita a volte, scaldandomi insieme con gli allievi, di “ascoltarmi”  magari troppo, e mi rendo conto che un ascolto eccessivo del mio corpo può alterare quello che dovrebbe essere uno schema più oggettivo di lezione, a cui appoggiarsi… Certe volte le difficoltà di esecuzione che vedo nei miei allievi penso dipendano non dal fatto che ho proposto cose difficili, ma cose troppo “personali”.

 07M.: però questo ci riporta proprio alle premesse, alla prima domanda che vi avevo fatto, cioè: –che cosa è per te danza contemporanea?-

Tu Paola hai risposto:– è la mia storia, è quello che ho fatto, tutto ciò che posso insegnare è filtrato attraverso di me- quindi in realtà il problema dell’ortodossia in questo caso non c’è.

P.: sì, ma mi rendo conto che a volte è troppo la mia storia, però…

E.: quando prima dicevo che non sono ortodossa con Nikolais facevo riferimento anche a certi cambiamenti che ho apportato alla struttura della lezione, inserendo passaggi carponi per esempio, per poi tornare a fare in piedi il lavoro dei ronds des jambes.

F.: lo fai perché è funzionale e logico…

M.: credo che tutti facciamo delle modifiche, delle variazioni… però Paola ha ragione, alle volte mi pongo anche io questo problema dell’offerta di materiali troppo legati ai miei “bisogni” del momento, alla mia soggettività, e allora penso che non riesco a rinnovarmi come vorrei.

P.: questo è inevitabile, soprattutto se uno sta sempre da solo con i propri allievi, non ha spazi per il confronto, la sperimentazione e la creazione, alla fine offre una sintesi eccessiva di materiali. E per quello che riguarda l’ortodossia, in realtà io parlavo più di oggettività; cioè della possibilità di depurare il materiale dinamico degli aspetti troppo personali e farlo diventare più “neutro”.

M.: secondo me Paola, domandarsi se per caso non stiamo facendo riferimento a un vocabolario troppo limitato, e se non stiamo chiedendo agli studenti di confrontarsi con qualcosa in cui noi stiamo “comodi” ma che non si può pretendere che anche gli altri facciano, è pedagogicamente molto corretto. Insisto però col dire che questo succede di più se non hai un unico e solo vocabolario dinamico di riferimento. Perciò se le tecniche e le poetiche cui ti riferisci sono più di una e sono filtrate attraverso la tua personale esperienza di interprete e attraverso il tuo “io”, (che oltretutto, come diceva Enrica, si evolve di giorno in giorno…), per me il problema su cosa sia veramente oggettivo decade.

Anche se credo che tutti noi che insegniamo ci poniamo continuamente la questione di fare qualcosa di corretto e di veramente utile per gli altri. (continua…)

Le precedenti puntate di questo dibattito le trovate qui:

La danza è un viaggio lunghissimo

Noi siamo dei giocolieri

Danza d’autore

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  1. Pingback: Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #5 | I blog di Monica Vannucchi

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