Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #3

Parte terza: Danza d’autore (uguale e diverso) Isadora04

A questo punto della serata le mie amiche ed io siamo completamente infervorate e a nostro agio, cominciamo quindi a disporci nello spazio secondo le nostre preferenze e abitudini; c’è chi si siede su un gradino, chi si sdraia a terra e appare chiaro che l’idea di dibattere “sul” movimento senza muoversi neanche un po’ è peregrina… ma insomma, cerco come padrona di casa e moderatore di riportare Enrica e Francesca, Paola e me stessa nei binari della discussione. É Paola a riprendere il filo.   

P.: durante le mie lezioni io non faccio improvvisazione, ma lavoro più sull’aspetto qualitativo delle sequenze. Quando chiedo agli allievi non solo di eseguire una sequenza ma di danzarla, la qualità con cui ognuno di loro la esegue, il colore che sceglie, diventano aspetti dell’interpretazione. Io punto molto su questo. È proprio lì che gli allievi possono esprimere la loro creatività. Perché anche su una sequenza data è possibile essere creativi; questo processo l’ho vissuto come danzatrice, come interprete con Enzo Cosimi o Virgilio Sieni. Io facevo miei i loro movimenti, me ne impossessavo e per questo motivo adesso chiedo ai miei allievi di fare altrettanto con le sequenze delle mie lezioni, di appropriarsene.

E.:  infatti, sono d’accordo. È proprio per questo che non ho detto di me stessa che mi sento una coreografa, ma che sono una danzatrice. Perché mi piace acchiappare le “cose” degli altri e farle mie. Mi piace da morire.

M.: invece io devo dire che, dall’esperienza con Lucia Latour in avanti, ho lavorato di più con persone che mi chiedevano di essere co-autrice piuttosto che interprete pura.

F.: sì anche per me è stato più così.

E.: Perché non avete lavorato con Cosimi. Mi ricordo che Enzo Cosimi pretendeva “il sempre uguale”; diceva per esempio -fammelo come ieri-, ma io non ero più quella di ieri, rispondevo che oggi è un altro giorno, che non potevo farlo uguale.

P.: Enrica e io siamo due tipi di danzatrici opposte. Quando lei dice -mi piaceva  fare mie le sequenze- intende che lei se ne impossessava  “stravolgendole”, trasformandole davvero. Invece io provavo a carpire il segreto di quei movimenti assolutamente inconfondibili (perché noi stiamo parlando di persone che fanno danza d’autore), rifacendoli quasi come se fossi una replicante; però alla fine per me quei movimenti erano miei. Questa ripetizione ossessiva che Enzo faceva ad esempio era vitale, mi serviva proprio per andare più a fondo come interprete.

M.: secondo me, Paola, questo succedeva anche perché tu hai un background di balletto classico; Enrica invece ha una formazione più Nikolais, cioè ripete con o attraverso la variazione. Sono due modi di essere interpreti della danza autoriale contemporanea. Perché quando parliamo di danza d’autore, secondo me, entriamo nel vivo del discorso sulla danza contemporanea; essere autoriale è un po’ la sua specificità, direi.  ( continua…)

 

  1. mucca carolina

    comicia ad essere come vedere Lost, ho bisogno della prossima puntata

  2. Pingback: Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #4 | I blog di Monica Vannucchi

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