Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea

Parte prima: La danza è un viaggio lunghissimo  (la costruzione di un’identità personale)

All’inizio di un nitido pomeriggio romano di tramontana, servo il tè con cassate e cannoli siciliani a Paola, che parla di tango; a Enrica che si dilunga sulla sua esperienza con la danza del ventre e a Francesca, che sottolinea la necessità di imparare con piacere. Sono amiche, colleghe che ammiro e con le quali ho condiviso pezzi della mia vita; tutte e tre affiancano all’attività di interpreti e creatrici anche quella di insegnanti di danza contemporanea. Da diverso tempo desideravo riflettere con loro su alcune questioni nodali del nostro comune lavoro. Passare qualche ora insieme, a casa mia, è un piacere e un’occasione di confronto.  fOTO Usa 135

M.: proverei a cominciare girando a voi due domande alle quali spesso mi trovo a dover rispondere. La prima: quando vi chiedono cosa fate nella vita, voi cosa dite: –sono una danzatrice- o -ero una danzatrice-?  Questa domanda per me ha a che fare con la questione della propria identità, non solo professionale. E poi la seconda: –cosa insegnate esattamente-?

P.: io insegno quello che sono capace di dimostrare, attraverso la memoria del mio corpo. Le tecniche? Non direi mai che insegno una tecnica precisa, secondo me, in Italia specialmente, è difficile dirlo, perché non abbiamo avuto una scuola di formazione in questa o quell’altra particolare tecnica. Tutti abbiamo studiato un po’ di questo e di quello.

F.: quando me lo chiedono, io dico piuttosto quello che non insegno; non insegno la danza moderna, televisiva. Come Paola ho una formazione variegata e quello che insegno è una sintesi di varie esperienze. Per me è importante passare il messaggio della consapevolezza, io insegno ad acquisire la consapevolezza di ciò che posso esprimere con tutto il corpo. Tutto il corpo deve essere attraversato dal movimento. Poi cerco di trasmettere il gusto, il piacere, come dicevamo prima. E l’idea che la danza è un viaggio lunghissimo.

E. : io, dentro di me prima di essere un’insegnante, sono una danzatrice. Mi turba la mancanza di quella parte di me che era la danzatrice in scena. Insegno tecnica Nikolais, anche se ovviamente, non in modo ortodosso. Anche se lavoro in Accademia Nazionale di Danza (AND) non posso dire di avere di fronte dei professionisti, né che il numero di ore dedicate alla tecnica che io insegno loro sia sufficiente; quindi cerco di sintetizzare dei concetti e farli transitare in modo più veloce. Anche se faccio riferimento ai Maestri, come Hanya Holm, per esempio, e al metodo Nikolais, però unisco sempre a questo anche materiali che vengono dal mio continuare a studiare di tutto, tecniche posturali, danza del ventre, eccetera. Tutto può contribuire a elaborare la sintesi. Però il lavoro di insegnante non mi basta. Anzi, io rilancio l’idea di una compagnia di danzatori maturi. Perché l’espressività aumenta con l’età.

F.: sono d’accordissimo. Vorrei dire che ho pensato alla prima domanda: io sono sempre stata un’insegnante, mi sento un’insegnante. Mi viene in mente come prima risposta, e poi, secondariamente, forse mi sento più coreografa che danzatrice. Anche se lo stare in scena per me è sempre stato vitale, l’insegnamento è stato sempre una cosa molto bella, che mi piace e mi riempie. Per questo prima parlavo del piacere; nella mia esperienza personale l’apprendimento è stato all’insegna del “più ti sacrifichi, più impari”. Ecco, quando ho cominciato a lavorare, volevo rovesciare questa tradizione e provare che è vero il contrario, insegnando agli altri a prenderci gusto. 

Marino Marini La grande danseuse 1901

E.: anche io ho cominciato molto presto come insegnante, quando danzavo con Patrizia Cerroni. In quel periodo, come interpreti degli spettacoli guadagnavamo molto poco, così è stato anche naturale cominciare a insegnare ai principianti, l’insegnamento era messo in conto perché era necessario per permettersi di danzare. Quindi io posso veramente dire che insegno perché ho danzato.

P.: la risposta che io do alla domanda di Monica sull’identità, è legata ai contesti. Per me dipende molto da chi te lo chiede. Allora qui rispondo che sono un’insegnante di danza ma in prima battuta sono una danzatrice. Sono stata una danzatrice e mi sento una danzatrice.

M.: ho voluto cominciare da questa domanda, apparentemente banale, ma per me al centro di una ricerca identitaria che in altri mestieri non si pone proprio. Per esempio un ingegnere o un medico non smettono di essere tali perché magari sono andati in pensione. Invece noi abbiamo come prima difficoltà quella di avere carriere molto brevi e non legate a una progressione lineare di scatti, tranne, non so, nel caso dei ballerini degli Enti lirici o delle compagnie stabili per esempio. Perciò arriva prestissimo il momento in cui “smetti” o hai un’attività parallela, magari l’insegnamento, che finisce con avere una durata molto più lunga dell’altra. Così mi sono resa conto che, alle persone che mi chiedevano che mestiere facessi, io rispondevo senza pensarci troppo con un “ero” una danzatrice, coniugando il verbo al passato. Solo da qualche anno, in tempi in cui le occasioni di stare in scena sono giocoforza diminuite, ho fatto pace con questo aspetto della mia identità; perché il fatto che gli altri te lo chiedano è in effetti un pretesto, la realtà è che il problema riguarda il tuo rapporto con te stesso. Ho cominciato tardi rispetto alla mia storia a dire “sono” una danzatrice e mi sono imposta di dirlo perché quello che credo veramente è che io posso insegnare e vivere di danza, solo perché sono andata in scena. Paradossalmente sono arrivata alla conquista identitaria, proprio quando il lavoro che mi da maggiore visibilità è quello di insegnare.

F.: penso che una cosa sia dire -io vivo nella danza, con la danza- come tu dici e che condivido, altro dire che lavoro fai. Io faccio l’insegnante perché mi guadagno da vivere con questo.

M. Mi sembra però un’iper-correttezza rispetto a un’idea generale della professione, cioè il pensiero che quello per cui ti pagano sia il tuo mestiere. Giusto, ma io parlo di un’identità più intima, non solo sociale. Alle volte mi viene il dubbio che noi diamo la risposta più facile, quella che gli altri vogliono sentirsi dare. Forse insegnante è maggiormente comprensibile per le persone che non danzatore/artista.

F.: in realtà abbiamo scelto di fare una cosa, questa danza contemporanea, che è molto difficile da spiegare, che non sappiamo bene come definire. È molto complicato.

M. sì, è vero, in Italia c’è molta confusione culturale, anche tra noi “del mestiere”. (continua…)

Paola Autore insegna danza contemporanea presso l’Associazione Choronde, a Roma

Enrica Palmieri insegna danza contemporanea all’Accademia Nazionale di Danza, a Roma

Francesca Romana Sestili insegna danza contemporanea presso l’Associazione Controchiave, a Roma

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  1. Bella questa tavola rotonda! Condivido ogni cosa,anche io insegno danza contemporanea e quando mi chiedono “che cosa è??”..mi si apre una voragine e se posso preferisco far vedere invece che spiegare a parole. Sono stata una danzatrice ma la voglia di danzare è sempre presente e penso anche io che l’idea di una compagnia di danzatori maturi potrebbe rappresentare un bel progetto e un modo per continuare in questa professione. “insegno perchè ho danzato”, vero e posso continuare a danzare esprimendo la mia esperienza e maturità, ma forse non è così semplice…Grazie per queste riflessioni. Elisabetta

    • monicavannucchi

      ciao elisabetta, continua a seguirci! abbiamo diverse puntate in arrivo e spero siano altrettanto stimolanti. mi piace che ci siano i commenti di colleghi: è un’occasione bella di misurare la “temperatura” delle questioni intorno alla danza. Ti auguro buon lavoro.m.

  2. Pingback: Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #2 | I blog di Monica Vannucchi

  3. Pingback: Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #3 | I blog di Monica Vannucchi

  4. Pingback: Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #4 | I blog di Monica Vannucchi

  5. Articolo interessante e colgo l’occasione per complimentarmi per questo sito! veramente ben fatto e con tanti articoli utili!

  6. Ottimo articolo, ne far un punto di riferimento, chiss che quanto letto non possa aiutare anche me.

  7. Pingback: Piccola tavola rotonda sulla danza contemporanea #5 | I blog di Monica Vannucchi

  8. Pingback: In bocca al lupo Enrica! | I blog di Monica Vannucchi

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