Fino all’ultimo respiro

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Continuano gli adattamenti di lavori firmati negli anni Ottanta, a beneficio di un pubblico giovane che non ha mai potuto vedere gli originali; ma anche, naturalmente, per chi conosceva già i pezzi più significativi dei coreografi emersi in quel decennio così fecondo. Ne abbiamo parlato qui (Trisha Brown), qui (Sasha Waltz) e qui (Enzo Cosimi).

Il festival Equilibrio 2013, da tre anni con la direzione artistica di Sidi Larbi Cherkaoui, ha presentato questo inverno, per la prima volta in Italia, il capolavoro del belga Wim Vandekeybus e della sua compagnia Ultima Vez. Si tratta del premiatissimo What the body does not remember  del 1987. Allora apparve come un fulmine a ciel sereno, come un lavoro di rottura, aggressivo e provocatorio, che ambiva al coinvolgimento dello spettatore attraverso un uso parossistico dei movimenti, ripetuti utilizzando un’energia brutale, consumata dai performer fino all’ultimo respiro.

Che effetto fa oggi, a venticinque anni di distanza? Il tessuto strutturale del pezzo regge benissimo il tempo; non solamente non appare invecchiato ma mostra come sia possibile coniugare pulizia formale e istintività, rendendo entrambi gli aspetti sostanziali alla scrittura coreografica.

La scena è spoglia, priva di quinte, il fondale è un quadro bianco, una batteria di luci di taglio delimita lo spazio. C’è l’inconfondibile vuoto scenico che diverrà presto la cifra di un certo modo, molto essenziale, di utilizzare la macchina teatrale.  Tutto (i costumi, gli oggetti, le luci) è già esposto e predisposto, a portata di mano, e questa fu più o meno la forma scelta allora da molti artisti per dichiarare una sorta di tabula rasa delle convenzioni,  senza rinunciare tuttavia ad agire su palcoscenici tradizionali.

Lo spettacolo si apre con due uomini e una donna: lei percuote con le mani, gratta con le unghie la superficie di un piccolo banco di scuola e i corpi maschili a terra si contorcono, sospendendosi e ricadendo, rotolando e strisciando come ipnotizzati. Poi la ragazza, maga e burattinaio, si alza e se ne va; da qui in poi è tutto un correre in cerchio, galoppare, slanciarsi l’uno tra le braccia dell’altro, costruire torri di mattoni, tirarseli da una parte all’altra della scena, recuperarli al volo e correre ancora, in un meccanismo perfetto, come in un esercizio di giocoleria; solo che qui, in gioco, c’è la vita dei performer. O almeno la loro incolumità. Fisica, psichica?

Entrambe, si capirà man mano, come quando ragazze e ragazzi si rubano con destrezza giacche o teli di spugna dai colori vividi, per farne parei o turbanti, in un’atmosfera apparentemente solare ma, invece, di allarme continuo; o quando tre coppie si tormentano in passi a due che sono prove di forza a cui rischiano ogni secondo di soccombere. E ancora nelle crudeli foto di famiglia e di gruppo. Foto ricordo di cosa? viene da chiedersi. Di qualcosa che il corpo non può ricordare, qualcosa per cui bisogna esserci stati allora ed esserci ancora, per fare e rifare costantemente, mettendosi sempre più a rischio.

Così, visto tanti anni dopo la sua creazione, questo lavoro diviene anche metafora della necessità artistica di essere presenti, tutti, nonostante tutto, e continuare la sfida.

Ultima Vez/ Wim Vandekeybus

What the body does not remember

Con Ricardo Ambrozio, Damien Chapelle, Tanja Marin Friojonsdottir, Zebastian Méndez Marin, Aymara Parola, Maria Kolegova, Livia Balazova, Eddie Oroyan, Pavel Masek

Musica originale Thierry de Mey, Peter Vermeeersch

Produzione Ultima Vez

Coproduttori performance originale Centro di Produzione Inteatro Polverigi, Festival de Saint-Denis, Festival d’Eté de Seine-Maritime, Toneelschuur  Producties Haarlem

Festival Equilibrio 2013, Sala Petrassi, 20 febbraio, Roma

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  1. Paola Autore

    Avrei voluto lasciare un commento ma non sono riuscita a registrarmi. Bello come al solito anche se non ho visto lo spettacolo me lo sono un po’ immaginato e soprattutto mi dispiace di esserne lo perso….

    Paola

    • monicavannucchi

      @paola grazie, hai commentato; solo che era in attesa di moderazione perché il blog non ti riconosceva con il tuo vero nome, ah ah!

  2. Pingback: I capolavori della Bausch al Teatro di San Carlo | I blog di Monica Vannucchi

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