Digitale e dissacrante

Wystawa_prac_Katarzyny_5522075

Il Macro Testaccio, nell’ambito della rassegna Digitalife 2012, ha presentato, tra le altre cose, The rite of spring dell’artista polacca Katarzyna Kozyra.

Sette grandi schermi formano un percorso circolare, articolato in corridoi e spicchi di spazio.

La sensazione è dall’inizio quella di un lieve imbarazzo e non mi spiego perché: gli schermi sono freddi e traslucidi, esattamente come uno se li aspetta.

La musica di Stravinsky si ripete incatenata in un loop monotono e ossessivo; eppure si tratta pur sempre di un capolavoro del Novecento che tutti amiamo, avendone ormai assimilato la ritmica schizofrenica e la particolare asciutta tribalità dei timbri .

Le immagini dei corpi a piccoli gruppi si agitano su un fondo bianco lattiginoso, come in molti altri casi.  Ma il disagio si diffonde, allaga lo stomaco, disorienta la mente.

Osservo meglio: vedo proiettati corpi non giovani, non esperti, affannati a saltare e cadere, appiattiti in angolazioni innaturali per riprodurre, almeno in parte, l’originale coreografia di Nijinsky. Sono sicura che ci sia della serietà e dell’impegno, che non sia una parodia.

Allora cos’è?

Finalmente, dopo essermi fermata a lungo ad osservare, mi rendo conto che gli organi sessuali fieramente esibiti attraverso la nudità di questa danza, sono posticci: donne e uomini fanno uso di, chiamiamole così, “maschere” genitali per interpretare un gender al quale non appartengono.

Solo a questo punto, i vari pezzi del puzzle percettivo si ricompongono e la mia coscienza prende atto del fatto che Katarzyna Kozyra ha forse deliberatamente voluto mettere in crisi le mie certezze; ha desiderato  che mi sentissi un po’ voyeur mio malgrado; che una certa pruderie mi solleticasse fastidiosamente, e che succedesse proprio a me, che mi volevo priva di pregiudizi.

Che fastidio, che rabbia! E che ridere quando mi accorgo che sto provando le stesse emozioni di rifiuto che dovette provare buona parte del pubblico parigino alla prima del Sacre nel 1913.

La Kozyra deve essere un’artista molto intelligente: provoca, ma sottilmente. Usando elementi quasi impercettibili ti costringe a interrogare te stesso su una questione nodale come il “genere”. Mette in dubbio la tua capacità di guardare e di formulare un giudizio. Chapeau!

Rassegna Digitalife2012 Human connections, Fondazione Romaeuropa, Macro Testaccio,Roma

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