Sadeh21, come un volo

I piedi nudi sul palco vanno e vengono, le camminate che conducono ai luoghi da cui tutto può avere inizio si incrociano con i passi dei danzatori che escono momentaneamente di scena, non appena esaurito il proprio assolo.

Comincia così, con un lieve rumore di passi, quasi un frullo d’ali, Sadeh21 di Ohad Naharin & Batsheva Dance Company. Come il rovescio di una partitura i brevi interventi individuali sembrano interrompere la continuità di entrate e uscite ritmate da piedi a tal punto elastici da non lasciare nessuna impronta. Comincia così e dà la stessa sensazione ipnotica di un’immagine di Escher.

La mente si incanta nel cercare di vedere ciò che è nascosto. Intanto questa delicata struttura si rompe, le presenze dei danzatori aumentano, i movimenti si affastellano e monta dal silenzio una marea sonora che si gonfia, muscolosa ed energica, a sostegno di sequenze velocissime che si fermano all’improvviso su abissi di sospensione, facendo somigliare i danzatori a surfisti sulla cresta dell’onda.

In un susseguirsi di ventuno “campi” (è questo il significato di Sadeh in ebraico), movimenti e banda sonora si concentrano, si sovrappongono, e si scontrano inquadrati e contenuti da un muro chiaro che funge da fondale (scenico) e da confine (territoriale, geografico).

Quando la musica rinuncia agli strumenti e si riduce all’urlo della voce femminile, un urlo raccapricciante che saetta nell’aria intercettando e bloccando il respiro di chi guarda, la danza continua a divampare in scena, come un fuoco che non può essere spento, che niente e nessuno potrà mai domare. Ed è una danza purissima, tecnica e lirica, estrema perché sperimenta il limite di ogni passo e di ogni gesto, torcendoli in una tensione spasmodica, inumana forse. Ma classica per scelte compositive pulite come diagonali, girotondi, passi a due o a tre che richiamano alla memoria il repertorio balanchiniano. Del Balanchine neoclassico di Apollon musagète per esempio, che si presta perfettamente, per contrasto, a esprimere la più crudele ferocia.

Eppure il coreografo israeliano Ohad Nadir non si accontenta di essere bravo almeno quanto uno dei più grandi maestri del Novecento, non si ferma di fronte al limite del muro; nel finale i suoi interpreti lo scalano lentamente e, uno alla volta, si gettano nella voragine, librandosi come tanti novelli Icaro, arcuandosi e avvitandosi in voli impossibili per chi sa di non avere le ali. 

Sadeh21 di Ohad Naharin & Batsheva Dance Company

Interpreti della Batsheva Dance Company/Batsheva Ensamble

Disegno luci di Avi Yona Bueno (Bambi)

Colonna sonora di Maxim Varatt

Costumi di Ariel Cohen

Video di Raz Friedman

Romaeuropa festival 2012, 9 novembre 2012, Auditorium della Conciliazione

Un Commento

  1. I personally question the reason why you titled this specific blog post,
    “Sadeh21, come un volo I blog di Monica Vannucchi”.
    Anyway I personally loved the article!Thanks for the post-Bobby

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