Dolly

In questi giorni si è visto sulle scene romane un coraggioso assolo di Giorgia Nardini; giovane danzatrice con solide basi tecniche perlopiù di scuola inglese, ma di italianissima cultura.

La sua nudità è esasperata dalle cuciture di un body color carne dal taglio punitivo, impietoso e quasi chirurgico.

I suoi movimenti sono limitati alla semplice meccanica delle articolazioni, a loro volta rigide, artificiali. L’energia non dialoga con lo spazio che l’avvolge ma onanisticamente ascolta se stessa, si ritorce contro la propria fonte e scuote il corpo con vibrazioni ossessive.

Tutto ciò esprime meglio di molti discorsi la limitazione, il confinamento e l’oppressione sociale che una cultura che si definisce “avanzata”, esercita ancora nei confronti del corpo femminile. Non starò qui a farla lunga; mi limito a rimandare chi legge a firme più autorevoli della mia su questi temi. E non vorrei nemmeno che questa sembrasse una recensione, perché non lo è. Certo, la terribile coincidenza di questa proposta coreografica, con il “centesimo” femminicidio avvenuto in Italia dall’inizio dell’anno (mi riferisco alle sorelle di Palermo, una morta per difendere l’altra, entrambe vittime di un’efferatezza apparentemente senza senso); questa coincidenza, dicevo, fa riflettere: rispetto a questi delitti ciò che vorremmo dire suona banale, già detto, già sentito e mai abbastanza efficace, a paragone delle azioni compiute. Allora forse, potrebbe essere giusto guardare agli artisti, “lasciare la parola” a chi non usa le parole, ma alle azioni violente risponde con azioni che sono una danza espressiva, condensata ed efficace come quella della Nardini.

Fatta di movimenti che ci coinvolgono raschiandoci dentro l’anima, raccogliendo con il cucchiaino le nostre viscere; ricordandoci di quando, da bambini ci accanivano sulle nostre bambole, tagliuzzando loro i capelli, amputandogli un arto o cavandogli gli occhi. Quelle Barbie feticcio, vittime di riti che parevano indispensabili alla crescita e all’evoluzione individuale verso un’adultità consapevole, non sono bastate, non bastano ancora. Quotidianamente le cronache ci riportano il sacrificio di donne vere, di carne di cuore e di cervello, trattate da uomini che dicono di amarle, come semplici bambole rotte.

Con Dolly Giorgia Nardini, eroicamente direi, dimostra che se ne può parlare in termini artistici, si deve allargare il dibattito ai palcoscenici e tra le persone che fanno cultura, sensibilizzando, interrogando, turbando le coscienze intorpidite. Il suo lavoro sul corpo delle donne, sul femminile condizionato, sull’immagine che finiamo per accettare di noi stesse, è uno schiaffone, una secchiata d’acqua gelata in piena faccia. Personalmente le sono grata e vorrei che continuasse così.

Dolly di e con Giorgia Nardini

DNA Danza nazionale autoriale

19 ottobre, Opificio Telecom Italia

Romaeuropa festival 2012

 

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