Danzare di nuovo, danzare ancora

Lei è carina e morbida, ricorda Demi Moore nei suoi momenti migliori,  con un broncio sensuale e lo sguardo vigile e tagliente. Ha venti anni di più, dei figli, e molta vita vissuta da “artista”, riconosciuta come una delle grandi interpreti della tradizione tedesca del teatro-danza. Si rimette in gioco in uno dei suoi pezzi del debutto sulle scene berlinesi, con alcuni compagni di allora e altri più giovani. Come aveva fatto già Anne Teresa de Keersmaeker con Rosas danst Rosas, anche Sasha Waltz salva dall’oblio una coreografia del 1993, Twenty to eight, rimontandola e danzandola per il Romaeuropa festival, che la propone in questi giorni al pubblico romano.

Pubblico che, bisogna dire, ha una certa familiarità con la Waltz, soprattutto dopo che l’artista tedesca è stata chiamata a inaugurare con un evento site specific gli scenografici spazi del Museo MAXXI di Zaha Adid nel 2009.

Ma già uno dei suoi primi lavori, lo struggente Zweiland (1997), aveva fatto breccia nel cuore degli appassionati di danza contemporanea. E Improntus del 2008, aveva mostrato una visionarietà raffinata che si esercitava sulle note di Schubert e sul contrasto tra impaginazione lirica e densità gestuale.

Con Twenty to eight siamo in una cucina, un interno domestico epurato dal superfluo e abitato da poche presenze i cui legami non sono definiti. Le geometrie degli intrecci dinamici sono impeccabili e lo sviluppo della partitura coreografica si nutre di variazioni minime di movimenti semplici: un accavallare le gambe ad esempio, o passare la mano sul piano del tavolo, un accenno di port de bras che scivola verso la gestualità quotidiana; il timido affacciarsi di figure dal ballet come qualche passo o salto, che si risolve in ironico sberleffo. Citazioni dalla commedia leggera e dal film muto con aprirsi e chiudersi di porte, divengono meccanismi astratti di assoluta precisione dinamica, senza perdere in ironia e smalto.

In questo lavoro c’è già tutto, presente e ben definito, il vocabolario che la Waltz svilupperà negli anni successivi; anzi è proprio evidente, ad esempio, che Twenty to eight rappresenta la matrice originale di un altro bellissimo pezzo di quegli anni, Allee der Kosmonauten, del 1996. Ma, se in Allee è già possibile cogliere l’angoscia, la denuncia sociale, il senso di smarrimento storico che caratterizzeranno la successiva trilogia del corpo (Körper, S, noBody), in Twenty to eight prevale ancora il senso del bello, il gusto per passi a due  veramente “danzabili”, una luce crepuscolare, sì, ma giocosa. È un’opera che chiude un decennio ottimista e si affaccia con giovanile atteggiamento di sfida su quello successivo.

 Travelogue/Twenty to eight di Sasha Waltz, Romaeuropa festival,  10 ottobre 2012, Teatro Eliseo

  1. Danzare si,danzare veramente..senza angoscia,tormento esistenziale,paura.Sono stanca di vedere scenografie cupe e luci algide,porte che si chiudono corpi che soffrono costretti in una musica pesante che non può ispirare altro…Tornare a danzare per me è vita,è sentire ancora il corpo vibrare con la musica e con le emozioni,è regalarsi un istante di estasi…

    • monicavannucchi

      @elisabetta cara, mi sa che tu e La regina siete d’accordo. hai visto il suo commento sul post di Constanza Macras? comunque hai ragione: in giro c’è di nuovo voglia di danza…🙂

  2. la regina della patata al forno

    Uno spettacolo delicato e semplice ma non per questo banale. Non si assiste a grandi esplosioni energetiche, a dinamismi improbabili e fuori dall’umano potere.
    Delicatezza e poesia, nell’incontro e nei passi a due, ritmo e composizione. Fa venire voglia di danzare e di continuare a provarci ancora…

  3. Lo sapevo che sarebbe stato bello, avrei voluto esserci.

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