Prendersela col ficus benjamin

Una giostra rotta, un acquario, o forse una serra; uno schermo per video proiezioni, molti portatili accesi, un divano, un tavolino, numerosi ficus benjamin dalle foglie di plastica in vasi di plastica. Quattro danzatori e un musicista in locandina. Sulla scena, a sinistra per lo spettatore, c’è lo spazio delle linee rette, degli schermi piatti, lucidi e freddi come il vetro. A destra, la dimensione smarrita delle curve, di quel che resta nella memoria, di geometrie da vecchio golf infeltrito a disegni jacquard. Ovunque, sopra e sotto, fuori e dentro, davanti e dietro, perché tanto le dimensioni della realtà non hanno più senso, dilaga il cattivo gusto, si insegue con pervicacia l’effetto triviale.   

Siamo al confine tra  il narcisismo performativo autolesionistico anni Settanta, la caleidoscopica moltiplicazione dei linguaggi espressivi anni Ottanta e il monologare autobiografico tanto in voga dal Duemila. Gli interpreti sono tutti bravi, forti, generosi. Ma è sull’operazione complessiva che sorgono i dubbi: Constanza Macras vorrebbe parlarci delle paure che oggi ci attanagliano, delle fobie come quella degli spazi aperti che spinge molti a non varcare più nessuna soglia tra qui e là, accontentandosi di simulare sentimenti virtuali, telematici e soprattutto telegenici. Ma riesce solo a convincere i suoi danzatori a non danzare, gli attori a non recitare, i cantanti a non cantare, in un reiterato fallimento delle intenzioni. Così in scena scoppia una fredda furia vendicatrice che si abbatte sui ficus benjamin, moderne piante d’appartamento, simboli della “cura amorevole” che bisognerebbe essere capaci di riservare prima di tutto a se stessi, per poi riuscire ad occuparsi degli altri.

Here/After di Constanza Macras/Dorky Park

Al Teatro Eliseo per Romaeuropa festival 2012,

5/7 ottobre 2012, Roma

  1. la rgina della patata al forno

    è molto peggio di quello che scrive Monica. è il brutto per forza, una rozzezza non autentica che non racconta nulla oltre a qualche immagine emersa nell’immaginario della regista e mal tradotta sulla scena. non voglio vedere solo il brutto: brutti colori, brutti corpi provocatoriamente ostentati per farli sembrare più un fenomeno da baraccone e da circo che non un corpo apparantemnte non adatto alla danza che invece sa muoversi. non mi interessa più di vedere, frammenti mal amalgamati che non rispondono ad un ritmo poetico. sono indignata che questo spettacolo occupi tre date di un festival come Romaeuropa. voglio vedere spettacoli in un festival, non nomi….

    • monicavannucchi

      @la regina, è già da qualche anno che i festival si fanno con i nomi e gli spettacoli non li ha visti nessuno. Si compra a scatola chiusa ho l’impressione, non solo qui ma anche in altri festival importanti come Avignone per esempio.
      speriamo che le prossime date ci riservino qualche sorpresa. intanto mercoledì c’è la Waltz con un suo lavoro vecchio, e forse non sarà deludente.

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