Sulle tracce di Melville

Quando, in un pomeriggio rorido di pioggia del mese di maggio lo vedo aprire la porta del cottage fine ottocento, situato in una strada residenziale di New Bedford; quando lo vedo, beh, rimango perplessa. Gli chiediamo se ha due stanze disponibili.  

Ci guarda a lungo, così stupefatto di vederci lì, davanti a casa sua, che penso subito di avere sbagliato indirizzo, che si sia trattato di un equivoco, che la guida che avevamo consultato alla ricerca di un buon posto per dormire, non fosse assolutamente aggiornata. Dopo un tempo di riflessione lungo un’eternità, ci risponde che sì, la stanze ci sarebbero, ma per una sola notte. Diciamo va bene, intanto per stasera siamo a posto e scarichiamo le valigie nell’atrio, seguendolo oltre la doppia porta vetrata.

Dentro, sul pavimento scricchiolante ci si fanno incontro due gatte dallo sguardo enigmatico e dalle code folte come piumini per la polvere. Stan, si chiama così, si presenta e ci presenta con una certa serietà anche i felini, poi con passo sghimbescio e molleggiato ci conduce su per una elegante scala di legno, fino al primo piano e lì solennemente ci comunica che avremmo dormito nella stanza di Herman Melville. Mi guardo intorno: sullo stipite della porta c’è la sagoma bianca di Moby Dick; piccole ondine stilizzate si rincorrono tra pareti e soffitto; sul camino di marmo siede una Sirena; baleniere e velieri sono al muro, ormeggiati come in un porto sicuro sotto lo sguardo obliquo dello scrittore stesso che li fissa dalla parete opposta.

Tutto profuma di cera come sulla coperta di una barca tirata a lucido, tutto parla del mare, dei marinai, dei loro tormentati viaggi.

Allora riesamino il nostro ospite e il suo strano modo di camminare, e capisco. E’ il passo di chi è nato e cresciuto sui barconi da pesca che da qui fanno rotta verso le isole di Nantucket e Martha’s Vineyard e che da questo sonnacchioso porto del Massachusetts sono partiti per centinaia di viaggi intorno al mondo, rincorrendo cetacei mastodontici, minacciosi come incubi, incantevoli come miraggi. Qui, a New Bedford e per chilometri lungo la costa Est tutti, chi più chi meno, scoprirò, camminano così: lentamente, dondolando, ammortizzando un’oscillazione immaginaria, ritmando i passi secondo la lunghezza delle onde.

Durante la notte il pavimento scricchiolerà e la porta del bagno emetterà un melodioso cigolio come di sartie pizzicate dal vento. Noi dormiremo di un sonno beato e infantile come cullati dai racconti delle avventure del capitano Achab e al mattino il nostro ospite Stan, lento e silenzioso, metterà in tavola una colazione strepitosa, apparecchiata con elegante semplicità.

In New Bedford, dicono, i padri dànno balene in dote alle figlie e legano ai nipoti un po’ di focene a testa. Bisogna andare a New Bedford per vedere nozze splendide; perché dicono che là ogni casa ha depositi d’olio e ogni notte si bruciano senz’economia candele di spermaceti. D’estate la città è bella a vedersi, piena di aceri magnifici, lunghi viali in verde e oro. (…) E le donne di New Bedford fioriscono come le loro rose rosse. Ma le rose fioriscono solo d’estate mentre il bell’incarnato di quelle guance è perenne come il sole nella settima sfera. (…)  da Moby Dick, di Herman Melville, Adelphi Edizioni, 1987, Milano

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  1. Che bella atmosfera, l’intimità di questa casa accogliente, i lupi di mare a riposo, il mare in casa. Bel viaggio…

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