Ancora una volta, il Sacre

Jean-Claude Gallotta ha dichiarato che l’idea per il Sacre du printemps gli è venuta incontro mentre stava ultimando la sua coreografia precedente; in particolare ha pensato che l’ultimo quadro dell’Homme à tête de choux, potesse combaciare perfettamente con l’immagine che aveva in mente per l’apertura del suo Sacre. Si intravvedono forti legami tra i due lavori, certamente: gli interpreti sono praticamente gli stessi,  anche qui abbigliati con camicie bianche dai lembi svolazzanti, che lasciano presto il posto a un intimo nero; c’è in scena la stessa energia incessante, all’ultimo respiro, e i danzatori pur nell’amalgama del gruppo, mantengono tutti una spiccata individualità. Lo stile “Gallotta”, distillato dal vocabolario modern di Merce Cunnigham, è fino all’ultima goccia cesellato e rifinito. Tuttavia, devo ammettere che questa ultima prova di uno tra i maggiori coreografi francesi mi ha un po’ deluso.

Forse le aspettative erano troppo alte e gli ostacoli da superare molti: a cominciare dalla cornice maestosa del Théâtre National de Chaillot, a Parigi, con la sua architettura in stile neoclassico, come appoggiata sulla collina del Trocadero, in modo da potere abbracciare con un solo sguardo la grandiosità della Tour Eiffel; continuando con il peso psicologico del confronto con un capolavoro del “moderno” così frequentato da contare oramai più di trenta versioni significative (si veda a questo proposito il bel documentario Le printemps du sacre e naturalmente, l’ultimo film di Wenders per la versione somma della Bausch). E  per finire forse, il volersi misurare, da parte di Gallotta, con una partitura complessa come quella di Igor Stravinsky, proprio utilizzando la versione musicale diretta dal compositore stesso.

C’è come un timore reverenziale, sul palco, che non si dissipa mai: lo spirito rock e ribelle che pervadeva l’Homme à tête de choux, trasferito qui, non funziona altrettanto efficacemente. Il coreografo sembra inseguire le  molteplici cellule ritmiche della partitura, costruendo tante piccole danze tumultuose come cavalcate; moduli affascinanti in cui le spalle che ondeggiano e sussultano, il tronco che si inarca, il corpo intero che si slancia in aria attraverso grand jété entrelacé a ripetizione, le spinte e le contro tensioni nel gioco dinamico delle coppie, non sono comunque sufficienti alla costruzione di un insieme sensato.

In questa versione non c’è una sola Eletta, ma tante, interscambiabili. E il senso del rito ne risulta come annacquato. Pur rispettando e approfondendo la partitura di Stravinsky, Gallotta non riesce a trovare una vera indipendenza per la propria danza: sembra che  il movimento sia troppo “incollato” alla musica dimenticando il senso globale del pezzo. Che allungato da un doppio prologo (uno dei quali interpretato dalla bravissima Cécile Renard) e da ulteriori discutibili interventi di “paesaggi sonori”, appare  purtroppo ripetitivo, quasi tautologico.

Le sacre du printemps, précédé de I. Tumulte, II. Pour Igor

di Jean-Claude Gallotta al Théâtre National de Chaillot, Parigi, 10 Aprile 2012

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