Focus on Trisha Brown, parte seconda

Al teatro Olimpico di Roma, sempre nell’ambito del Festival Romaeuropa 2011, è andato in scena un repertorio variegato della grande coreografa americana, che spaziava dal famosissimo assolo Watermotor (1978, in origine danzato dalla Brown stessa), all’ultima creazione dal titolo lunghissimo: I’m going to toss my arms. If you catch them they are yours (2011).

Questa panoramica, in aggiunta agli Early Works, presentati nello stesso periodo al museo MAXXI come  si diceva qui, ha permesso al pubblico romano di cogliere appieno sia l’evoluzione sia la coerenza interna ai lavori di Trisha Brown in quaranta anni di carriera artistica.

Prendiamo per esempio Foray- Forêt del 1990, in collaborazione con Robert Rauschenberg per il decor e i costumi (e in questa occasione con musiche eseguite dal vivo dalla Stradabanda della Scuola di musica popolare di Testaccio): si tratta di una lunga rapinosa incursione nelle possibilità dell’intreccio compositivo di temi, che sperimenta a piene mani ripetizioni, a capo, ribaltamenti, accumulazioni di movimenti, per un nutrito gruppo di danzatori. Intitolato con un binomio bilingue, è secondo me anche il pezzo in cui emerge con maggiore chiarezza la volontà della Brown di mostrare come Natura e Cultura non siano concetti opposti, ma complementari. In questa coreografia, come in altre presentate nella stessa serata (penso a Opal Loop/Cloud Installation #72503 del 1980) l’artista sembra cercare l’armonica fusione tra un livello sofisticato del sapere (che qui si esprime anche nel virtuosismo esecutivo) e l’istintivo piacere di corpi bagnati di luce e colore, morbidi nell’inanellare i movimenti, energici e musicali nel flusso delle onde sonore, ora vicine ora lontane.

La ragazza di Aberdeen, Washington, dà sempre la mano alla coreografa concettuale che la Brown è stata ed è tuttora. Nella creazione più recente già citata qui sopra, commissionata dal Théâtre National de Chaillot e appena presentata a Parigi, la batteria di giganteschi ventilatori sulla destra della scena sospinge i danzatori come un mucchio di delicate foglie autunnali. Ma, a sviarci immediatamente da qualsiasi suggestione solo naturalistica, i costumi sono bianchi, malinconici come quelli di tanti Pulcinella e lasciano pian piano emergere una nudità sportiva, “coltivata” e colorata. Sul fondo, nell’oscurità, Alvin Curran  sgrana al pianoforte note come chicchi d’uva.

Soffia il vento nel teatro di Trisha Brown, la nebbia talvolta copre le presenze danzanti, le foreste si illuminano di bagliori di carta stagnola, la pioggia del mattino cade leggera con la voce di Bob Dylan (nell’impeccabile, seducente Spanish Dance del 1973, presentato tra gli altri primi lavori al MAXXI), ma l’ironia intelligente che appartiene unicamente alla specie umana, all’homo sapiens, indica sempre la direzione in cui andare.

Trisha Brown Dance Company

Festival Romaeuropa 2011, Teatro Olimpico, 21/22 ottobre 2011, Roma

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  1. Che bella recensione! Anche se io ho osservato e vissuto lo stesso spettacolo da un’angolazione diversa, mi ritrovo in gran parte delle tue considerazioni. Ed ho così un’ottima scusa per non scriverne una anch’io…!
    un abbraccio

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