Focus on Trisha Brown

Alla fine degli anni Sessanta, il gruppo di danzatori che seguiva le lezioni di Robert Dunn allo Studio Cunningham di New York e di Ann Halprin a San Francisco, cominciò a riunirsi in quello che sarebbe diventato lo spazio per eccellenza della danza  postmodern:  la Judson Church del Greenwich Village, sperimentando il concetto di “improvvisazione strutturata” applicato alla performance: un bell’ossimoro da lanciare come una sfida culturale di enorme portata.

Da lì, da quella mitica chiesa sconsacrata fu semplice passare alle piazze, ai musei, agli incroci stradali, ai parchi; trasferire le sperimentazioni collettive del Gruppo Grand Union, che si formò subito dopo, dalla dimensione indoor dello studio o delle gallerie, a quella outdoor e sempre diversa degli spazi urbani.

Trisha Brown, tra tutti la più radicale in questo senso, si spinse a usare i tetti e le facciate dei palazzi. La partitura (Score) strutturava i suoi pezzi in maniera stringente e la Brown del resto dimostrò che il concetto si poteva dilatare quasi senza limiti: una finestra, il disegno di uno spazio architettonico, la relazione con un oggetto o con una attrezzatura (gli Equipment), tutto poteva essere letto come una partitura per azioni fisiche.

Alcuni pezzi del 1973, intitolati Sticks, sono esemplificativi di questo concetto: due o più danzatori entrano in una relazione fisica primaria con l’oggetto, in questo caso dei lunghi bastoni, e si prefiggono un compito nell’ambito di questa relazione. Tutto si basa sull’ascolto della condizione effettiva del rapporto corpo/oggetto, sull’assumersene il rischio, sulla estrema concentrazione con cui si esegue il movimento. Azioni per loro natura banali si arricchiscono così di una tensione teatrale che le rende artistiche. Trisha Brown diceva : “I use pure movements, a kind of breakdown of the body’s capabilities. I also use quirky, personal gestures, things that have specific meaning to me but probably appear abstract to others”. ( tratto da Contemporary Dance, Abbeville Press, New York, 1978)

In Accumulation  del 1971, un assolo su un punto fisso con musica di The Greatful Dead, piccoli gesti di rotazione del polso destro e sinistro con il pollice nella posizione dell’ok, si ripetono addizionandosi a uno scivolamento impercettibile del’anca, una flessione del ginocchio, una lieve rotazione del corpo, un’inclinazione del busto e l’allungamento di un braccio in avanti. Il fascino è nella scommessa: riuscirà la performer nel compito di sommare via via i movimenti, ricominciando ogni volta dal primo? Lo stesso principio sottende la partitura di Group Primary Accumulation (1973): trenta movimenti per quattro danzatrici supine, in diciotto minuti di esecuzione.

Sembra una sequenza matematica, anzi lo è. Ma la difficoltà della sfida rende necessario un nuovo approccio alle cose semplici: non il tecnicismo può essere utile allora, ma una tecnica inventata di volta in volta ex novo, in funzione della partitura.

Si potrebbe anche chiamare la danza del “problem solving” se non si chiamasse già postmodern dance.

(continua…)

Early Works, coreografie di Trisha Brown

Trisha Brown Dance Company al MAXXI  di Roma , il 18/19/22  ottobre 2011, corealizzato da Romaeuropa Festival 2011 e MAXXI

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  1. Pingback: Focus on Trisha Brown, parte seconda « Monica Vannucchi’s Blog

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  3. monicavannucchi

    L’ha ribloggato su I blog di Monica Vannucchie ha commentato:

    Per ricordare la grande artista che ci ha lasciati, riposto qui un pezzo del 2011, quando la compagnia venne a Roma con un ventaglio di proposte che spaziavano dai primi lavori all’ultima novità. Quanto ci mancherà!

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