Can we talk about this?

D’accordo, parliamone. Ma di cosa esattamente? Dopo la prima scabrosa e provocatoria domanda rivolta al pubblico in sala (C’è qualcuno tra voi che si sente superiore ai talebani?), i danzatori di Lloyd Newson  intraprendono uno sfibrante esercizio di un’ora e trenta, consistente nel monolagare con tono giornalistico mentre il corpo si contorce su una parete, saltella  in complicate piccole danze folkloriche o ingaggia un duetto acrobatico con un partner e una tazza da tè.

Il materiale trattato è scottante:  si parla del multiculturalismo, di integralismi, di culture tra loro molto diverse e delle ripercussioni dell’atteggiamento considerato “politicamente corretto” sui membri delle comunità di accoglienza o accolte. Si fa riferimento a fatti di cronaca tristemente noti (la fatwa emessa contro Salman Rushdie o l’uccisone di Theo Van Gogh) e ad altri di cui, fuori dal mondo anglossassone non c’è stata molta eco (il caso del professore Ray Honeyford accusato di razzismo per avere criticato apertamente il modello multiculturalista britannico, a suo dire portatore di segregazione e non di integrazione) . Scorrono in scena i filmati originali  con le dichiarazioni  di David Cameron o della laburista  Ann Cryer; si avvicendano le voci di testimoni diretti o vittime di situazioni di violazione dei diritti umani.

Tutto molto serio, giusto, necessario. Ma siamo sicuri che lo strumento scelto sia efficace? Siamo certi che il risultato sia convincente sul piano artistico?

Personalmente ho molte perplessità rispetto all’operazione. Tenere insieme in maniera monotona e allo stesso tempo estremamente virtuosistica parole e movimenti genera un effetto di appiattimento del messaggio, anzichè esaltarlo. Confondere sullo stesso piano linguistico così tanti segni scenici, il gesto, la parola, il suono,  i testi delle canzoni, i video, genera in questo caso una confusione semantica, un caos da cui emerge una sola linea espressiva, tracciata con il righello: le emozioni non passano, non ci si gela il cuore di fronte a tanti orrori e ingiustizie.

Vorremmo parlarne, certo; ma le parole arrivano dritte allo scopo quando  “animate” dalle emozioni, portate sulle ali di  sentimenti di partecipazione. Parole tanto raggelate si addicono più a un telegiornale che a una ribalta teatrale. Quanto alla danza, dov’era?

Can we talk about this?, ideazione e regia Lloyd Newson, coproduzione Théâtre de la Ville e Festival d’Automne, Parigi, National Theatre of Great Britain e Dansens Hus Stockoholm, al Teatro Argentina, Roma dal 12 al 15 ottobre 2011, Romaeuropa festival

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