Alla maniera del Sud

Nell’appartamento di Savannah, cominciai a cercare indizi che potessero gettar luce sulla vita segreta che aveva condotto prima di tagliarsi i polsi. Segni di trascuratezza stavan là a rammentami come lei stesse scivolando nella pazzia. Trovai lettere non aperte, fra cui certune di nostra madre, di nostro padre e anche alcune mie. Il suo apriscatole non funzionava. Aveva due vasetti di pepe di Caienna, ma né maggiorana né rosmarino, nella credenza. In camera da letto trovai un paio di scarpe da corsa mai messe. In bagno non c’era dentifricio, né aspirine. Al mio arrivo, avevo trovato solo una scatoletta di tonno in frigo. Ossessionata dalla pulizia per tutta la vita, Savannah aveva lasciato accumulare uno spesso strato di polvere sugli scaffali. La domenica pomeriggio della mia sesta settimana a New York, lessi tutte le poesie di Savannah, ripetutamente, sia le edite che le inedite. Cercavo indizi, cercavo di carpire dei segreti a quei versi  rigogliosi, lussureggianti.

Savannah è la sorella dell’io narrante nel romanzo di Pat Conroy Il principe delle maree: una poetessa sensibile e geniale, che impazzirà nel tentativo di rielaborare attraverso la scrittura, un passato familiare denso di ombre, nutrito dai ricordi di una solare infanzia selvaggia. Ma Savannah, in Georgia, è  anche una città di ragazze seducenti, spontanee e disarmanti. Le incroci in bicicletta, sfreccianti nel riverbero serale del fiume, rosate, lentigginose, il vento salino e fresco della palude addosso.Oppure, ti servono un Martini dietro al bancone del ristorante Garibaldi, districandosi  veloci e professionali tra orde di turisti su di giri. Le rivedi, la mattina del giorno dopo, fare la fila nella caffetteria di Bull Street, le spalle nude, le gambe lunghe fasciate di pizzo, un nastro tra i capelli e un fascio di riviste sotto braccio; pronte a sprofondare in uno dei divani  scompagnati, per aprire il laptop e  sorseggiare pensosamente un tè o un caffè fino all’ora di pranzo.                                                                                                                                                                                                                    Guardandole sembra che il tempo abbia subito una curiosa distorsione: seguono la moda, ma  amano personalizzarla con dettagli  dal gusto retrò, un fiore di stoffa, un guanto di pizzo, un cinturino alla caviglia che occhieggia da una gonna longuette. Ci sono gli anni Settanta, ribelli e intellettuali; gli anni Cinquanta ma solo per gioco, perché poi queste sono fanciulle emancipate; il passato coloniale con corsetti e cappelli di paglia; la cultura africana con il colore a piene mani e stampe… Il tutto è fuso così semplicemente in uno stile, che non sembra affatto un prodotto del caso, quanto piuttosto un risultato voluto e consapevole, maturo e inconfondibile, tipico del Sud. Le ragazze di Savannah sono anche un po’ gotiche, girano con vecchi modelli di carrofunebre, cercano fantasmi nelle vecchie case georgiane e coltivano incubi, che poi raffigurano in eleganti dipinti esposti nelle gallerie del centro.Juliana Peloso at The Gallery Espresso, Savannah, April 2011

La foto in alto a dx è di Francesca Woodman

(Pat Conroy, Il principe delle maree, prima edizione originale 1986, Tascabili Bompiani  2009, traduzione Pierfrancesco Paolini)

  1. ah… l’Ammerica, ammerica, ammerica…

  2. monicavannucchi

    @matilde eh, già, fa un brutto effetto a volte…🙂

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