Charleston

Il charleston l’ho imparato tra i banchi delle elementari, mentre le compagne di classe canticchiavano: Lola, cosa impari a scuola? -Neanche una parola- Solo il charleston- Il chaarleston, il chaarleston!! e gambette stecchite, munite di regolamentari calzettoni, svirgolavano in dentro e in fuori sulle punte dei piedi, con le ginocchia piegate, con le braccia remiganti lungo i fianchi e le mani che appiattivano l’aria in tanti  dischetti orizzontali. Era come ripetere uno sciogli- lingua, richiedeva concentrazione e coordinazione, ci riuscivamo in poche. A casa, poi, io prendevo ripetizioni dalla mamma, che non si sa come e perché, conosceva perfettamente i passi base di quel ballo americano divenuto simbolo dei “ruggenti” anni Venti.

Bisogna ammettere che il ritmo, per quanto imbastardito nelle versioni casarecce che circolavano sui nostri quarantacinque giri, era travolgente, metteva addosso l’argento vivo e molte bambine bionde con le trecce  fantasticavano di esotici gonnellini di banane e improvvisavano movimenti “seduttivi” e sgangherati! Poco dopo sarebbero arrivati l’hully-gully (Noi siamo i Watussi- Gli altissimi neri- Ogni tre passi- Facciamo sei metri ) e a distanza di qualche anno il tuca- tuca della Carrà, ma questo è un altro discorso…

Si diceva del charleston, che è in effetti la mia prima memoria culturale in termini di ballo da sala. Non so bene quanto tempo mi ci è voluto per mettere insieme gli altri frammenti del grande puzzle, dai personaggi di Mark Twain ai paesaggi di Via col vento. Poi il blues, il ragtime e il jazz, Martin Luther King e il movimento per i diritti civili dei neri. Che Charleston fosse anche e soprattutto una città costiera del Sud degli Stati Uniti e il più importante mercato di schiavi  africani che si ricordi nella storia, non ne avevo granché consapevolezza in realtà, fino a poco prima di intraprendere questo mio recente viaggio.

La parte antica della città del South Carolina, si protende verso l’Oceano alla confluenza tra i fiumi Ashley e Cooper, circondata e protetta dalle cosiddette isole-barriera, ricche di spiagge, lagune, palmeti e piantagioni. Oggi conserva un’eleganza démodé con le sue case coloniali a doghe, ridipinte in colori pastello, ornate da portici e verande sul lato sud, arredate da sedie a dondolo e da ventilatori a pale. Tutto è tirato a lucido, talmente pulito che persino ai cavalli che trainano le vecchie carrozze sono imposte delle “braghe” per intercettare subito ciò che andrebbe a finire per terra! I giardini, un po’ nascosti, fioriscono di rose, buganvillee e camelie; ristoranti e trattorie offrono il meglio del mare e delle coltivazioni locali, sintetizzandolo in piatti dai sapori dolci e salati. Lungo le vie principali ammiccano vetrine con capi d’abbigliamento contemporanei dai colori solari e saturi, cappelli di paglia a larga tesa, sandali bassi e comode espadrillas di tela rigata. Agli incroci, anziane donne gullah intrecciano Sweetgrass Basket secondo un’antica tecnica importata dagli schiavi. E ovunque nell’aria aleggia la musica e a me pareva di vedere danzare Joséphine Baker ad ogni angolo di strada e di risentire l’antico ritornello: Lola, cosa impari a scuola?

  1. Le immagini che evochi sono così efficaci che mi sembra di viaggiare un po’ anch’io da quelle parti, e visitare luoghi che non ho mai visto…!

  2. monicavannucchi

    @tania cara, questo mi rende felice! … Grazie, m.

  3. Pingback: Regali di Natale « I blog di Monica Vannucchi

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