Lady Performance

Marina, l’indomita, è apparsa all’improvviso la sera di venerdì 28 gennaio, letteralmente come calata dal cielo gelido e nevoso della notte invernale, sotto le volte della seicentesca chiesa di Santa Lucia a Bologna (ora Aula Magna), di fronte a un pubblico fremente, composto dalle circa ottocento persone che erano riuscite a procurarsi l’invito per questo evento tanto atteso. Una celebrazione solenne che l’Università Alma Mater e Artefiera – Art first (in collaborazione con la gallerista Lia Rumma e la Cineteca di Bologna) hanno quest’anno dedicato alla “signora” della performance.

Marina Abramovic, Lips of Thomas

Omaggio doveroso di riconoscenza reciproca, perché proprio a Bologna nel 1977, Marina Abramović (nata a Belgrado e ora naturalizzata americana) fece scandalo e molto parlare di sé, con l’azione Imponderabilia alla Galleria Comunale d’Arte Moderna; azione in cui lei e il suo storico compagno Ulay accoglievano i visitatori stando in piedi uno di fronte all’altro, appoggiati allo stipite della porta della galleria, completamente nudi e costringendo, in questo modo, le persone a strisciare di sbieco tra i due, a contorcersi e appiattirsi come sogliole, guardando altrove o non guardando affatto per l’imbarazzo, mentre le telecamere imperturbabili riprendevano l’accadimento.

Quindi è stato anche per motivi  sentimentali che l’artista è tornata e ha presentato proprio in questa città, a distanza di più di trenta anni, il docu-film sui suoi ultimi lavori, girato nel 2007 in collaborazione con  Babette Mangolte.

Seven Easy Pieces registra e documenta un punto nodale nella storia della performance come genere artistico. Marina sente per la prima volta la necessità di rieditare, reinterpretandole, storiche azioni di altri artisti a lei vicini  nel modus operandi o nelle poetiche. Ponendosi nel farlo, innanzitutto il problema dei “diritti d’autore”, poi quello della “legittimità” e last but not least, il problema di “stile” interpretativo.

L’urgenza espressiva di tutto ciò si manifesta limpidamente non appena inizia la visione del film: novantacinque minuti per riassumere sette performance ripetute per sei/sette ore al giorno e per più giorni consecutivi, nel cuore del Guggenheim Museum di New York, nel punto magico in cui il vortice architettonico delle bianche spirali si placa in una sospensione quasi mistica e lo spazio si dilata e respira. Lì l’Abramović ha riproposto al pubblico, “rifacendole”, performance degli anni Sessanta e Settanta , mostrando per artisti come Nauman, Acconci, Export, Beuys o Pane grande rispetto e affinità.

Ed è proprio nei confronti di Gina Pane che meglio si esplicita l’eredità: con Lips of Thomas la stessa Abramović già nel 1975 assolveva all’impegno di infierire sul proprio corpo, ferendosi il ventre con una lametta e disegnandovi una stella a cinque punte stillante sangue. Un bianco lenzuolo assorbiva il rosso fluido corporeo e diventava vessillo sventolato fieramente dall’artista con scarponcini e un copricapo militare, sulle note di un canto di origine balcanica.

Triste, penetrante, estenuante, parlando attraverso la propria presenza fisica, costruendo una grammatica di azioni estreme e ripetendole per ore, provocava intellettualmente e costringeva a una solidarietà totale o alla totale indifferenza. Attrazione o repulsione sono in effetti stati, negli anni, i due poli tra cui hanno oscillato le proposte della body-art e della performance. Rivedendo in questa occasione bolognese Marina Abramović presentare con ironico rigore ed elegante semplicità il lavoro di tutta una vita, noi ci siamo schierati con gratitudine tra gli ammiratori.

Seven Easy Pieces, un film di M. Abramović. Regia di Babette Mangolfe, USA 2007, durata 95 min. Produzione: Sean Kelly Gallery, New York

Lady Performance, incontro, venerdì 28 gennaio 20011, ore 21, Aula magna di Santa Lucia, Bologna

Catalogo Charta, 2007

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  1. Una scelta, questa tua di dedicare il post con data 8 marzo a Marina Abramovic, per niente scontata. Un segno forte.

  2. monicavannucchi

    @tania 🙂

  3. Pingback: Tandy | I blog di Monica Vannucchi

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