Tra Oriente e Occidente

Folding di Shen Wei

Il Teatro dell’Opera di Roma ha inaugurato la stagione 2010/2011 chiamando Riccardo Muti a dirigere il Moïse et Pharaon di Gioacchino Rossini. La regia, le scene e i costumi sono stati affidati a Pier’Alli, mentre per le coreografie si è pensato a Shen Wei, artista cino-americano dalla fama ormai consolidata oltreoceano.

Rossini aveva riscritto la sua opera seria italiana Mosè in Egitto, appositamente per il pubblico francese dell’epoca, che amava particolarmente la presenza di cori e balletti (caratteristiche, queste due, che avrebbero costituito di lì a poco il tratto saliente del grand opéra, espresso al meglio nel Guillaume Tell dello stesso Rossini).

Le Arie di danza, (il popolo egizio tributa ringraziamenti alla dea Iside con danze rituali) sono situate all’inizio del Terzo atto e, certo, non deve essere stato facile per il coreografo, liberarsi dalla pesantezza dei due atti precedenti, immaginati dalla regia in maniera molto statica e a tratti enfatica.

Shen Wei, in questa occasione, ha miscelato un pizzico di danza indù e  un’idea di antichi balli etnici, un tot di arti marziali e quanto basta di ieratici incantamenti butoh conditi da un’abbondante dose di “vedo e non vedo”; aggiungendo molto rosso, colore che gli è congeniale e che è presente nella vicenda già nel titolo, evocante l’apertura delle acque appunto del Mar Rosso; infine ha utilizzato il taffetà di lunghe gonne, che scricchiola piacevolmente e prende magistralmente le luci, rifrangendole come in uno specchio rotto.

Non ha provato a rompere le convenzioni, ma ha cercato una mediazione in termini di impatto visivo, presentando una composizione molto pulita, fin troppo schematica, su una scacchiera spaziale che quasi mai viene modificata.

Il busto e le braccia dei danzatori (scelti nel corpo di ballo dell’Opera, molto affiatati e all’altezza del compito) sono messi in evidenza da un’accumulazione di  moduli gestuali legati ai temi melodici rossiniani evidentemente molto “ballabili”, ma lontani dall’evocare sia l’epoca storica, sia l’ambientazione geografica della vicenda.

Il tutto viene confezionato in una forma elegante, che coniuga estetica orientale e occidentale, ma in fondo non convincente perché troppo calligrafica e lontana, sembrerebbe, dalle corde del coreografo contemporaneo.

Non molto, in questo senso, ha potuto la presenza della pur splendida Fang- Yi Sheu, danzatrice ospite nella parte della sacerdotessa, nuda e sola in scena, incaricata dell’impegnativo compito di interpretare, sublimandola, l’idea del divino che potevano avere gli antichi Egizi.

Moïse et Pharaon ou Le Passage de la Mer Rouge, 2/12 dicembre 2010, Teatro dell’Opera di Roma


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