L’aurora di un impensabile

(Ormai siamo in Dicembre, sta terminando un altro anno: è nuovamente tempo di bilanci e ripensamenti. Così, rileggendo e riflettendo sui numerosi commenti ai miei ultimi post, pieni di spunti e di intuizioni, mi è venuta voglia di riproporre il mio primo articolo pubblicato su questo blog due anni fa. Si tratta di tre paragrafi da un volume del 1997, inedito in Italia, e veramente imprescindibile per affrontare il discorso generale sulla danza contemporanea. La traduzione dal francese è mia, così come il grassetto.)

“La danza moderna è la ricerca individuale di una visione individuale” (Anne Sokolow)

§.1

Che cosa è la danza contemporanea (visto che ci rifiutiamo di operare la distinzione troppo cavillosa tra moderna e contemporanea)? Sicuramente non una semplice mutazione dei codici gestuali in relazione ad altre espressioni in danza, anche se si sono potute rilevare delle costanti, intenzionali o meno. Sicuramente non, in ogni caso, una questione di vocabolario o di forma, che si potrebbe apprendere  dall’esterno, come una qualsiasi configurazione. E questo anche se il movimento ha subito, dall’inizio del secolo, un cambiamento che può talvolta  produrre delle similitudini di sfumature corporee.

La questione riguardante la danza contemporanea è altrove. Il grande critico John Martin l’aveva improvvisamente rivelata, lui che fu testimone alla fine degli anni ’20 della nascita della danza moderna americana. Quello che contava nella “nuova danza” (termine in uso allora in Germania come negli Stati Uniti, non era “Che cosa sembra?” ( What it looks like?) ma “Cosa dice?” ( What does it say?).

Un modo di assegnare alla danza non tanto la consegna di un messaggio, ma di svuotarla della pura apparenza spettacolare .

§.2

Ora, che cosa diceva questa nuova danza? Qualcosa di delicato e immenso contemporaneamente: l’azione, la coscienza del soggetto nel mondo. Questo è certamente l’obiettivo di tutte le arti. Ma è anche il limite estremo attraverso il quale la loro stessa matericità  può essere abolita. Tuttavia il danzatore non ha a disposizione altro supporto che quello che lo segnala, lo localizza soprattutto, come soggetto nel mondo: e il movimento di questo corpo come luogo di una procedura estrema di prossimità, senza altra proiezione verso un codice (verbale) già instaurato.
Per edificare un universo significante, un immaginario leggibile, il danzatore non dispone di niente di esteriore o di supplementare alla materia di sé. Egli non modifica nulla, non si appropria di nulla  rispetto agli oggetti del mondo, pur entrando in relazione con essi.
La danza moderna sarà questa arte volontariamente deprivata. Perciò essa non ha tradizione, se non molto recente. È al contrario sul rifiuto di ogni tradizione che si elabora, per la prima volta nell’umanità, un gesto che non è trasmesso e che non riprende a sua volta i valori esemplari di un gruppo, ciò che sottolinea l’aspetto non soltanto artistico, ma antropologico, della rivoluzione contemporanea del corpo.
Una delle sue tradizioni, “l’unica vera tradizione” come dice Carolyn Brown, la fedele partner di Merce Cunningham “ è quella di ricominciare tutto a partire dalle proprie risorse”.
In danza contemporanea, non c’è che una sola e vera danza: quella di ognuno. (Isadora Duncan ne L’arte della danza: “La medesima danza non può appartenere a due persone”)

Le tecniche contemporanee (così sapienti e difficili da assimilare), sono prima di tutto degli strumenti di conoscenza per condurre il danzatore a questa eccezionalità. Il danzatore moderno o contemporaneo, non deve la sua teoria, il suo pensiero, il suo slancio, che alle proprie forze, e anche se certi comportamenti d’avanguardia (la performance tra gli altri), hanno raggiunto la danza in questa assoluta coincidenza tra il soggetto e la sua opera, la danza ha questo di particolare: che essa secerne la propria materia e le modalità di elaborazione di questa materia, dalla stessa fonte da cui è stata partorita. Qui, nessuna precedenza, nessuna legge già imposta.

§.3
…D’altronde, la danza contemporanea ha ben altri enigmi da sbrogliare, per ciò che riguarda le proprie origini. Essa è nata, non dentro la danza, ma da una assenza di danza. I suoi numi tutelari, almeno quelli cui abbiamo avuto accesso storicamente come Dalcroze, non erano neanche dei danzatori, ma dei visionari, che scoprirono la danza sul cammino della propria ricerca. Nietzsche, spostando l’opposizione binaria di Schopenhauer, presentì un’arte senza rappresentazione, come la musica, che sarebbe stata a vantaggio di una volontà, un desiderio puro, senza immagine.
“Un volere senza fondo” dice La nascita della tragedia. A quel punto del pensiero occidentale, la danza, ma una danza assoluta, non riferita a uno stile esistente, appariva in un modo fantomatico, come sedimentazione nell’immaginario di un corpo possibile. O ancora, cosa che rimanda allo stesso concetto, sull’immagine di un corpo perduto (dionisiaco) dagli albori della civiltà. Bisogna rileggere il capitolo La danza ne L’opera d’arte dell’avvenire di Richard Wagner. La danza è vista come coinvolgimento dell’intero soggetto nell’atto. C’è la drammaturgia dell’essere, l’arte delle arti. Ma questa danza, Wagner lo sa, non esiste. Non se ne vede, sulla scena decadente e tristemente galante del balletto, che una derisoria caricatura, che egli stesso ha tenuto lontano dal suo concetto di “dramma musicale”. Da cui la sua conclusione: ”La danza, arte da ammirare, arte da compatire”.
È dunque attraverso la doppia rappresentazione di una assenza e di una emergenza nello stesso tempo impossibile e desiderata, che viene elaborato questo contesto immaginario e sensibile, che non soltanto non potrà costituire una culla ma ancor meno una referenza genealogica per la danza contemporanea. Ma sarà piuttosto come l’aurora di un impensabile, attraverso il quale il corpo potrà reinventare la propria storia.
Nessuna altra modernità artistica conoscerà questa mancanza di retaggio, nel momento di filiazione di una data disciplina, non foss’anche che per rifiutarlo.

(Da Poetica della danza contemporanea di Laurence  Louppe, Contredanse, 1997, Bruxelles)

  1. Pingback: L'aurora di un impensabile « Monica Vannucchi's Blog : Danza Moderna

  2. Molto interessante davvero…questo volume dovrebbe essere pubblicato anche qui in Italia, tradotto da te!

  3. monicavannucchi

    Ti ringrazio, per ora mi limiterò a proporre ogni tanto sul blog altri abstract; vorrei capire se c’è interesse a dibattere questi aspetti.Ciao!

  4. Ciao! Il primo paragrafo mi fa venire in mente l’idea di Arthur Danto, filosofo americano dell’arte, tuttora vivente e operante, il quale parla dell’arte contemporanea come qualcosa di intrinsecamente “about something”. L’aboutness è la capacità dell’arte contemporanea di “parlare di qualcosa” (invece che di rappresentare qualcosa). Grazie per la tua citazione e traduzione Monica e buon 2011!

    • monicavannucchi

      @giovanni è bello ritrovarti. Grazie a te degli auguri e spero che questo anno che incomincia ci porti incontri fertili! monica

  5. Pingback: Sasha Waltz, Continu | I blog di Monica Vannucchi

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