Una tra tante

Non soffro la solitudine. Ho solo paura del vuoto.

All’improvviso, inatteso, il vuoto mi afferra alla gola, mi stringe il collo, mi soffia intorno come quel venticello gelido che fa venire la pelle d’oca alla superficie del mare e la stropiccia e raggrinzisce tutta, prima di lasciarla nuovamente a se stessa.

Ho creduto per tanto tempo di essere il pezzo importante della tua collezione. Preziosa ed eterna, come un’anfora antica. Invece, appena venuta alla luce, mi accorgo con sgomento di perdere compattezza. Comincio a sfaldarmi, mi spolpo come una coscia di pollo.

E fremo nell’attesa della mano che mi ripulisca dai detriti terrosi e spolveri piano le mie cicatrici. Una mano che percorra quel che resta del mio corpo sbreccato, fino a trovare l’appiglio di un’ansa da cui potermi afferrare; così, mentre starò obliqua e ciondolante, mi appenderà sul nulla come una vecchia caffettiera rotta che non serve più.

Mi hai detto «Spogliati!», ma come fai a non vedere che sono vestita solo delle mie ossa inaridite?
«Vestiti!» dici adesso, con educata indifferenza. E non sai che, per sempre nuda, rabbrividirò in eterno davanti al tuo sguardo?

Non è il vuoto che mi fa paura. È la solitudine dell’abbandono.

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  1. Tutto questo mi suona familiare…

  2. Nel senso che sento queste vicissitudini e quello sgomento anche miei.
    A venerdì! baci

  3. Che meraviglia quello che hai scritto. Veramente stupendissimo.

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