Sulle brioche nella danza contemporanea…

A metà luglio, una compagnia di danza contemporanea costituita da tre giovani interpreti riuniti intorno alla figura di una coreografa più matura, anima e guida del gruppo, ha presentato un lavoro “site specific” nei frondosi giardini di un’istituzione musicale romana. La coreografia era costruita sulla partitura di un quartetto mozartiano eseguito dal vivo.

Prenderò qui in esame solamente alcuni aspetti della proposta artistica, per offrirli come materiali che possano eventualmente stimolare una discussione, anche se ammetto che il discorso è spinosissimo e suscettibile di aprire molte questioni per le quali non ho affatto risposte.

Il tessuto coreografico era molto ricco, prevalentemente lavorato attraverso micro gesti quasi sottotraccia, tendenti alla ripetizione e all’accumulazione. Altre volte slanci atletici più evidenti entravano in relazione con lo spazio del giardino, suddiviso in stanze virtuali, o con oggetti scenici con cui gli interpreti ingaggiavano un vero corpo a corpo. Accadeva anche, però, che alcuni chiamiamoli “motivi” tipici del teatro-danza (e che in quell’ambito sono diventati praticamente dei cliché) come il lancio di secchiate d’acqua, l’uso di tavoli e sedie, un danzatore che scarabocchia frasi e disegni su fogli bianchi, venissero inseriti in questo contesto di scrittura del movimento, per altri versi piuttosto rigoroso, e trattati come semplici elementi testuali; fino a perdere, a mio avviso, forza espressiva e producendo un incongruo cambio di registro. Senza peraltro che a questa sterzata corrispondesse una idea coreografica chiara: per un poco si inseguiva il parallelismo strutturale del linguaggio sonoro e di quello dinamico; subito dopo ecco gli spettatori alle prese con il decifrare i messaggi tracciati sul tavolo da uno degli interpreti, poi ancora un po’ di astrazione con movimenti di scapole, di braccia, mani e schiene, e quindi giù grandi scivoloni su un palchetto bagnato e corpi che rabbrividivano. Intanto il quartetto d’archi continuava imperterrito con Mozart e un percussionista inseriva altri estemporanei interventi sonori.

In conclusione: a me sembra che, in ambito italiano ma non solo, capiti sempre più frequentemente che i motivi stilistici riconoscibili come appartenenti a una o a un’altra poetica, vengano ridotti a puri elementi linguistici e calati in modo diciamo “disinvolto” in scritture astratto-simboliche, forse nell’illusione di dare all’insieme una maggiore teatralità.

Più spesso invece il risultato ottenuto mi pare sia quello di una sintassi sconclusionata e traballante, molto simile a un “effetto soufflé”: una forma esteriore bella gonfia e compiaciuta di se stessa, ma che nel momento in cui ti accingi ad attaccarla con una forchetta, pouf, si affloscia e non resta più nulla nel piatto.

O meglio resta la delusione, e con essa spesso anche la fame. Perché, credo, la questione sia anche soprattutto questa: c’è o non c’è fame di danza in Italia? Se sì, molti coreografi oggi, come tante moderne Maria Antonietta, al pubblico che chiede pane, sfornano volentieri brioche.

  1. Pingback: Sulle brioche nella danza contemporanea… « Monica Vannucchi's Blog : Danza Moderna

  2. Sono i casi in cui non si riesce a difendere un prodotto artistico di linguaggio contemporaneo dalle “accuse” di indecifrabilità da parte del pubblico “meno preparato”. E quindi sono casi in fondo abbastanza imbarazzanti, soprattutto se lo spettacolo non ci ha mostrato un lavoro intellettuale coerente e non ci ha emozionato o trasmesso niente di speciale!

  3. monicavannucchi

    @tania, non so; a me sembra che il pubblico ormai si beva tutto, non faccia distinzioni, e soprattutto non domandi coerenza e onestà all’artista. dico in generale, mica solo per la danza. Oddio, forse per quel che riguarda la musica c’è una tradizione di pubblico più antica e mediamente più consapevole, non saprei…

    • monicavannucchi

      @tania ciao, mi è capitato di tornare sul nostro scambio di commenti di un po’ di tempo fa. Ho ripensato a quello che dicevi sulla indifendibilità di certi prodotti della contemporaneità artistica… ed è sicuro che la moneta cattiva scaccia quella buona. Nei giorni scorsi ho visto diverse cose di altissima qualità in scena e il pubblico romano era scarsissimo, quasi assente; meno male che trattandosi di artisti adottati uno dalla Francia e un altro dal Quebec, la platea era composta da francofoni in larga parte… spero di trovare il tempo di parlarne presto in un post. ti abbraccio, monica

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