Cedar Lake Contemporary Ballet

Negli stessi giorni in cui in piazza del Duomo danzava il balletto di Amburgo, con un programma di ampio respiro, che presentava anche al pubblico italiano lo straordinario e ricchissimo repertorio coreografico di John Neumeier,  al Teatro Nuovo di Spoleto era possibile vedere in azione il Cedar Lake Contemporary Ballet.
Di loro abbiamo detto già quest’inverno che si tratta di un gruppo di giovani artisti versatili,  e molto dotati sul piano tecnico e interpretativo. La compagnia, con base a New York, si è formata nel 2003 sotto la direzione di Nancy Laurie. Con Benoit-Swan Pouffer come direttore artistico da allora ha commissionato lavori a moltissimi coreografi delle più svariate scuole stilistiche, costruendo così un repertorio esclusivo e strabiliante  per varietà di proposte.
Al Festival dei 2Mondi il cartellone prevedeva i lavori più recenti, tre coreografie di cui due in prima italiana: Unit in reaction di Jacopo Godani, Frame of view di Didy Veldman, e Sunday, Again di Jo Strømgren.
Dei tre pezzi il più significativo mi è sembrato quello di Godani, gli altri due ricalcavano modelli da un neoclassico di stampo balanchiniano o anche dal musical di Broadway, almeno in apparenza. Ma la riflessione che mi interessa veramente fare, dopo avere ammirato i sedici interpreti del Cedar Lake è questa: cosa vuol dire oggi, per un danzatore, essere contemporaneo?
Il repertorio di questa compagnia, i cui artisti hanno una formazione solida sia per quanto concerne la danza classica sia nelle più svariate discipline e tecniche del corpo, sembra dimostrare che lo spettacolo di danza oggi non conosce barriere e può utilizzare più codici espressivi,  passando dalle punte ai calzini o ai piedi nudi, utilizzando una imbracatura per vincere la forza di gravità, il pavimento per rotolare, strisciare o saltare sulle ginocchia, la parola per declamare testi autobiografici o meno; e che può spaziare musicalmente da Bach all’elettronica.
Si rimane affascinati da tanta abilità e versatilità, e anche perplessi, pensando al panorama italiano.
Da noi infatti proprio ora e in virtù di una interpretazione troppo rigida, a mio avviso, della Legge di riforma 508 del 1999, la principale istituzione votata alla formazione dei danzatori  e cioè l’Accademia Nazionale di Danza di Roma, offre due distinti percorsi formativi: un triennio in Danza classica e un altro in Danza contemporanea, corrispondenti a due percorsi di laurea differenziati.
C’è da chiedersi chi possa avere interesse ormai a studiare così, quando nel resto delle scuole europee e d’oltreoceano, si va da sempre nella direzione opposta? Quando anche la principale  fucina europea di artisti per il Teatro-danza, la Folkwang Tanzschule di Essen, offre quotidiane lezioni di tecnica accademica, considerate imprescindibili per la formazione e il training di un danzatore professionista “contemporaneo”.
Mi si obietterà che per apprendere la tecnica classica sono necessari anni e anni di studio e altrettanti ne servono per “destrutturarla” in favore di un vocabolario espressivo libero e personale. É sicuramente vero, ma è esattamente lo stesso percorso che deve affrontare, ad esempio un musicista: con un violino devo partire dai fondamentali, che hanno radici storiche nella musica colta e poi potrò arrivare a suonare Steve Reich, Stockhausen o qualunque altra cosa.
Mi si obietterà ancora, che il vocabolario nella danza contemporanea non è unitario ma variegato, che ogni coreografo o performer parla una propria lingua e possiede un personalissimo lessico, che ha estratto dalle profondità di se stesso. Vero anche questo, ma quando questo coreografo vuole trasferire il proprio codice espressivo su interpreti altri, spesso qui da noi non trova danzatori all’altezza, proprio perché non possiedono fisici abbastanza formati, costruiti attraverso percorsi di attraversamento e decodificazione di più tecniche; e quindi non hanno quella duttilità espressiva che li metterebbe in grado di interpretare in modo profondo una o un’altra poetica.
Altri diranno che la danza deve essere democratica e alla portata di tutti, e che il balletto classico non lo è, perché richiede di affinare fino allo spasimo doti fisiche particolari ed estreme. Già, ma questo è un altro discorso: riguarda semmai il settore della danza educativa, della formazione primaria nelle scuole, della danza come forma d’arte che può e deve contribuire alla costruzione della personalità e alla libera espressione di sé; non può più, a mio avviso, essere un alibi ideologico per il professionismo, perché così facendo non metteremmo i nostri giovani talenti in grado di competere su un mercato internazionale.

Cedar Lake Contemporary Ballet, 1/3 luglio 2010, Teatro Nuovo, Spoleto

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  1. Ehi, un’infinità di spunti di riflessione!!! Un momento…! …Riguardo al Cedar Lake C. B., a me era piaciuta molto anche Frame of view, anche se sicuramente la coreografia di Godani metteva meglio in evidenza le doti fisiche di questa strepitosa compagnia.
    E sono d’accordo fino in fondo su tutte le tue considerazioni riguardo alla preparazione dei danzatori contemporanei: perché vedo, dalla mia prospettiva limitata ma…molto ravvicinata, che il rischio principale di aver strutturato gli studi accademici in un certo modo è, intanto, il fatto che spesso arrivino ad affrontare quel percorso persone che non hanno mai seguito in precedenza studi accademici e di classico di un certo livello. Quindi, da una parte questo percorso non può colmare certe lacune formative; e d’altra parte, oltre che considerare il training di classico come un’opzione secondaria, non mette in condizione di studiare sistematicamente le tecniche principali, né di raggiungere una preparazione fisica adeguata per affrontare, come dici tu, il “repertorio” della danza contemporanea. Se penso che ogni anno gli allievi da noi lavorano con un singolo docente di tecnica (moderna o contemporanea) -quindi indagano al massimo una tecnica alla volta…

    Certo, è una conquista ormai consolidata che tutti debbano essere messi in condizione di avvicinarsi in giovane età alla danza e alle altre arti… – è una banalità quella che sto per scrivere – …ma non dovrebbe essere possibile immaginare un professionista senza doti e talento naturali e/o privo del lavoro quotidiano di applicazione rigorosa,
    devota e infaticabile che contraddistingue la vita di un danzatore o di un musicista a partire dal periodo di formazione e a seguire per il resto della vita.

    Ciao… a presto!

  2. monicavannucchi

    @Tania, anche a me era piaciuto molto l’ultimo pezzo, perchè era proprio costruito per piacere, allegro colorato e variato; ma Godani è intrigante proprio perchè non vuole piacere, secondo me. comunque se mi ispiro ne riparlerò… tra un po’.intanto penso che la tua esperienza di musicista per la danza ti metta in condizione di vedere nel dettaglio tutto quello di cui parliamo qui e parlavamo altre volte anche a quattr’occhi!quindi per me sei preziosissima! un abbraccio

  3. Pingback: Corpi da …ballo « Pioggia di note…sui danzatori

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