Re/visioni

(Mi è capitato ultimamente, per motivi professionali ma anche sulla scia delle numerose riproposte di artisti  attivi negli anni Settanta da parte di gallerie pubbliche e private, di rivedere, in un DVD che li raccoglie, i primi lavori della danzatrice e coreografa americana Trisha Brown e di rimanere fortemente impressionata dal pezzo di cui vi parlo qui sotto)

Floor of the Forest di Trisha Brown possiede innumerevoli motivi di fascino. Intanto è un capolavoro della danza postmoderna. Inoltre è datato 1970, anno che apre e marca un decennio di indagini e ricerche nel campo delle arti visive, performative e della danza. Poi, nella cronologia delle opere della grande coreografa americana, viene subito dopo i primissimi pezzi sperimentali, in contemporanea con il famosissimo Man Walking Down the Side of a Building , con cui ha alcuni importanti elementi in comune. E precede, anche se di poco, la fase più concettuale e matematica della Brown, caratterizzata da lavori come Accumulation e Primary Accumulation o dallo strabiliante Roof Piece.

Floor of the Forest è suggestivo già nel titolo, evocativo del variegato sottobosco di una foresta tropicale. Si presenta innanzi tutto come una installazione, che occupa uno spazio orizzontale all’altezza dello sguardo, di circa sei metri per tre.
È una struttura rudimentale, ottenuta mettendo in tensione, tramite delle semplici corde e un telaio, vari capi di abbigliamento: maglie, pantaloni, felpe con cappuccio, jeans.

Ricorda tante cose, note o soltanto immaginate: giochi infantili, arrampicati sugli alberi, a cavalcioni delle forcelle tra i rami come Cosimo Piovasco di Rondò; accampamenti di fortuna durante una gita finita sotto un improvviso acquazzone; amache dondolanti, sospese sulla frescura di gorgoglianti ruscelli; il variopinto bucato di una comunità hippy steso ad asciugare al sole.

Parte da un concetto semplice di ribaltamento dei piani spaziali: se io non riesco ad arrampicarmi in verticale perché non ho abbastanza forza nelle braccia, posso però “ strisciare” orizzontalmente, tracciando un percorso “dentro gli e fuori da” gli abiti, che in questo modo diventano anche sicure imbracature. Da lì posso poi dondolare, fermarmi a riposare, pencolarmi per  guardare giù. Qualunque corpo, giovane o vecchio, femminile o maschile can do it, rimodellando la propria forma a partire dal nuovo assetto.

La struttura, negli anni, è stata allestita al centro di stanze vuote, nei musei o nelle gallerie d’arte, ma spesso anche all’aperto. Ha cambiato più volte altezza, permettendo agli spettatori di sperimentare differenti punti di vista. E sono sempre diversi i performer che si sono misurati nell’impresa: recentemente il pezzo di Trisha Brown è stato rimontato in Italia, nell’ambito di Aperto festival 2009 a Reggio Emilia, con la cura della Collezione Maramotti.

Corpi ordinari, movimenti naturali che rendono superfluo l’uso di una tecnica preesistente; demistificazione del prodotto artistico attraverso  lo svelamento dei processi stessi della sua concezione e creazione. C’è tutto questo in Floor of the Forest, ma c’è soprattutto un incanto visivo, una fascinazione pura dovuta al cocktail di temerarietà e placido ottimismo, tipico dell’infanzia o della prima giovinezza. Di un’infanzia come quelle di una volta, trascorsa nella natura, imbevuti di luce, di colori, in piena sintonia con la propria fisicità. E c’è anche una sfumatura che oggi potremmo chiamare antropologica, che negli anni Settanta voleva piuttosto essere ideologica, di ritorno alle pratiche artigianali, al piacere del manufatto tradizionale; poiché, alla fine, quel grande e multicolore patchwork di vestiti attraversati e legati da corde, ha la forza poetica e commovente di un tappeto orientale o di un tessuto prezioso, composto pazientemente da più mani, utilizzato per anni nelle case, nei viaggi, portato in dote di coppia in coppia, al cui calore molti corpi hanno cercato e trovato rifugio.

  1. “una fascinazione pura dovuta al cocktail di temerarietà e placido ottimismo, tipico dell’infanzia o della prima giovinezza.”

    Com’è vero, questo, Monica!

  2. (ti ho scritto un’email, monica. scusa se sporco questo bellissimo post, ma non sapevo in quale altro modo avvisarti… ah, il caro vecchio telefono! :-P)

  3. La tua recensione di questo lavoro… è a sua volta un incanto narrativo!!! ciao!!!

  4. L’ho visto, insieme agli altri Early works, lo scorso autunno a Reggio Emilia. Entusiasmante. Ma anche gli altri lavori sono bellissimi.

  5. monicavannucchi

    Ehilà Giovanni, beato te che hai avuto l’opportunità; io avevo ricevuto le informazioni sul seminario e sugli spettacoli, programmato di andare e poi rinunciato per non so più quale impegno di lavoro; l’hai già sentita questa, vero? in effeti sono troppe le cose che mi perdo, qualche volta per ottimi motivi, altre volte volte per pigrizia pura e semplice. Ma se organizzassimo un gruppeto di blogger/reporter itinerante? Ti va di parlarne se riuscissimo a vederci? ciao a presto, spero.

  6. forse scendiamo a roma tra un paio di settimane. ti faccio sapè.

  7. la regina della patata al forno

    E’ bello quello che hai visto e scritto…ora provo ad iscrivermi ma non so se l’ho già fatto

    • monicavannucchi

      @regina della patata al forno(ma un nick più corto no?) GRAZIE!
      secondo me non ti sei mai iscritta, se lo fai ora ne sarò felice! soprattutto se avrai voglia di commentare. ciao a presto, m.

  8. Pingback: Focus on Trisha Brown « Monica Vannucchi’s Blog

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