Il mio nome è Alice

Qualche riflessione a ruota libera, dopo un laboratorio pratico con i miei allievi attori, sul testo Alice attraverso lo specchio e su alcuni materiali della corrispondenza privata di Lewis Carroll.

Alcune idee si sono rivelate convincenti e andrebbero senz’altro approfondite: mi piace che, in un eventuale adattamento drammaturgico, tutto ruoti intorno al tema dell’identità e che Alice sia destabilizzata dalla perdita della memoria e dall’impossibilità di ricordare chi è e come si chiama. È l’aspetto più crudele e sadico del testo, ed esprime bene la sottile cattiveria punitiva che scorre sotto ogni intento pedagogico o di intrattenimento educativo, in epoca vittoriana.

Mi ha intrigato l’aspetto “Oulipo” del Nome e della Cosa, i giochi linguistici legati alla distanza tra il significante e il significato e all’impossibilità di prendere alla lettera alcune frasi o modi di dire, perché in quel caso, produrrebbero un effetto catastrofico. “Le ho strofinato il nome addosso” da La vita, non il mondo di Tiziano Scarpa, letto proprio in quei giorni, è stato un piccolo, prezioso brano letterario, che mi è servito per  approfondire ancora, da un ulteriore  punto di vista, la relazione tra il nome e l’oggetto, ed è diventato spunto per l’invenzione di una canzone di delicato erotismo, legata al momento in cui Alice si trova nel bosco dove perde la memoria del proprio nome e dei nomi in generale.

Il tema del doppio è, come si sa, altrettanto nevralgico, non solo perché si varca la soglia dello specchio (quindi doppia realtà, di qua e di là ) ma per la presenza di personaggi doppi come i gemelli Tweedledum e Tweedleee (che prefigurano la tipologia non ancora esistente dei boy-scout), e le due Regine, i due Re, i due Messi, i due Cavalieri e così via.
Perciò ho moltiplicato, affidandolo a più interpreti, anche il personaggio di Alice, giocando sul suono del suo nome e sulle similitudini di personaggi letterari che condividono con lei, attraverso il gioco della seduzione, un aspetto di potere più o meno consapevole, come Lolita di Nabokov o Marilou di Gainsbourg; allo stesso modo e per le stesse ragioni ho replicato il reverendo Dodgson, il matematico, pedagogo e scrittore (che sotto lo pseudonimo di L. Carroll si era già raddoppiato da sé), avvicinandolo in alcune proposte sceniche, a Humbert Humbert, il professore in Lolita (anche qui doppio nome, come del resto Humpty- Dumpty!), all’Homme à la tête de chou in Marilou. Ma si potrebbe continuare…

La bambina Alice è, dall’autore, continuamente messa di fronte al superamento di una serie di prove, come plurimi riti di iniziazione, rispetto ai quali lei deve comportarsi in modo saggio, assennato e consapevole se vuole letteralmente “salvarsi la testa”, mentre il mondo adulto sembra sempre più insensato, insensibile, in una parola “nonsense”( ma i surrealisti e il dadaismo sono ancora lontani!). E sui rituali, in questa fase della ricerca, abbiamo sperimentato parecchio, con alcuni risultati interessanti, dal punto di vista anche coreografico, che speriamo di potere col tempo  consolidare e formalizzare.

Quando però le pressioni sociali sono troppo forti, l’attraversare la soglia diventa un salto verso un buco nero, quello dell’alienazione, della follia, del suicidio. Alice è disperata, in alcuni momenti le chiedono addirittura di dimostrare di essere viva, vera.
Ma il vero dov’è? Di là, di qua? E come può lei sapere dove si trova, se la realtà le appare solo per frammenti, porzioni, pezzi di specchio in frantumi, caselle di una scacchiera?

Carroll anticipa anche, di qualche anno, la scrittura di Flatlandia da parte di Edwin Abbott Abbott ( ancora, guarda caso un nome che raddoppia!), dove è la società, non l’individuo, a essere rigidamente organizzata in gruppi inconsapevoli l’uno dell’altro poiché, appartenendo a dimensioni diverse, non si percepiscono reciprocamente. Ma in Abbott, anch’egli pedagogo e matematico, fa capolino una coscienza politica e di critica sociale, che vuole destabilizzare non tanto l’individuo quanto la società; coscienza che in Carroll sembra essere del tutto assente. Egli è troppo preso da sé come individuo, dal bisogno di seguire le proprie ossessioni logico/matematico/linguistiche e non da ultimo erotiche, sublimandole in un grande Gioco, apparentemente a scopo pedagogico. Quel che è certo, è che la sua è una pedagogia per bambine e non per maschietti. Dell’educazione dei ragazzini si mostra totalmente disinteressato!

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  1. sergiogarufi

    mi sarebbe piaciuto partecipare al tuo laboratorio su Alice attraverso lo specchio, molto interessanti le tue considerazioni. Ci vediamo presto Monica.

  2. Chiara

    Cara Monica, anche a me sarebbe piaciuto partecipare al tuo laboratorio….(punta di invidia di ex allieva per i tuoi allievi attuali…).
    Ti lascio qui i miei auguri di Pasqua. E ti abbraccio, nella speranza di incontrarci presto.
    La tua sempre fedele segretaria, nonché silente lettrice,

    Chiara

  3. monicavannucchi

    ciao Chiara, è bello quando non sei tanto silente! anche a te auguri, anche se ormai un po’tardivi

  4. Sono davvero un’infinità i significati nel testo di Alice, ed è un percorso veramente affascinante quello che hai proposto! Ci sono delle tematiche intriganti come dici tu, e tante letture possibili. Sarebbe piaciuto anche a me assistere da “curiosa” al tuo laboratorio!! baci

  5. monicavannucchi

    @Tania, sì, io propongo e spesso condivido anche mie ipotesi con un filo sotterraneo forte ma apparentemente poco sensato! Sono loro, i miei allievi, che contribuiscono alla comprensione e alla verifica, con le loro idee e sensibilità; alla fine quello che raccogliamo è bagaglio di tutti… ho deciso che la prossima volta metto in palio posti da uditori, visto il successo!! Mi piacerebbe sul serio averti in un progetto, a parte gli scherzi; sentirti suonare per il mio lavoro sarebbe fantastico! se poi qualcun altro volesse lavorare al testo, collaborando alla drammaturgia, potremmo fare una squadra. Io amo lavorare così in team e l’ho sperimentato molto spesso… proprio adesso è in ballo a Venezia un lavoro con beth, drammaturga catalana, con la quale siamo al terzo atelier a quattro mani. Spero che vada in porto; se no, pazienza, all’orizzonte c’è già il lavoro per Spoleto a quattro mani con il regista . Poi vi terrò informati, ovviamente. Baci

  6. Pingback: Tandy | I blog di Monica Vannucchi

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