Salome

Ho voluto la testa, l’ho pretesa. Ho danzato per averla; fino allo sfinimento. Percuotendo il suolo con i piedi, all’inizio piano, poi sempre più freneticamente e con rabbia, fino a saltare, girare, vorticare, stillando sudore tutto intorno, verso il chiarore incerto delle lampade. Gocce di sudore che si accendono come una costellazione nel nero, come un cattivo oroscopo. Triangoli di buio e di luce come scenografia, niente altro.  Davanti a me soltanto uno sguardo fisso che riempie di sé lo spazio. Palpebre pesanti come sipari si aprono e si chiudono seguendo il ritmo dei miei piedi. Mani non ne vedo, ma sento un tamburellare di dita allegro e lascivo, trionfante di potere.
Dire un corpo. In cui niente. Niente mente. In cui niente. Almeno questo. Un luogo. In cui niente. Per il corpo. Per esservi. Per muovervisi.  Andarne. Tornarne. No. Niente andate. Niente ritorni. Solo esservi. Restarvi. Ancora là. Fermo. (…)
Chi di noi due teneva li coltello per il manico? Desiderava che aprissi le braccia, non gli bastavano i passi, il gioco dei piedi, per quanti intrecci e variazioni facessi. Le mani alzate, a disegnare archi verso il cielo o  abbassate dolcemente a nuotare intorno al ventre, scivolando via come serpentelli;  questo voleva. E io desideravo la testa. Quella testa.
Prima il corpo. No. Prima il luogo. No. Prima entrambi. Ora l’uno. Ora l’altro. Disgustato dell’uno tentare con l’altro. Disgustato dell’altro disgustarsi daccapo dell’uno. E via così. In qualche modo ancora. Fino a disgustarsi di entrambi. Vomitare e andarsene. Dove né l’uno né l’altro. Fino a disgustarsi di lì. Vomitare e  tornarsene. Di nuovo al corpo. In cui niente. Di nuovo al luogo. In cui niente. Tentare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio di nuovo. (…)
Continuando a roteare, dondolare, inarcarmi e saltare le mie vesti si sciolgono, rimango nuda. Nuda e cruda, lucida, con quegli occhi addosso. Barcollo, cerco di  controllarmi. Penso all’altro sguardo, che mi schiva, alla testa che desidero. Cado. Mi faccio coraggio. Mi tiro su. Insisto.
È in piedi. Cosa? Sì. Dirlo in piedi. Avendo dovuto tirarsi su alla fine e stare in piedi. Dire ossa. Niente ossa eppure dire ossa. Dire suolo. Niente suolo eppure dire suolo. Così da dire dolore.  Niente mente eppure dolore? (…)
L’ho ottenuto, alla fine, il premio pattuito. Mi è stato consegnato come un trofeo. Me lo sono guadagnato e ora è qui con me. La testa è qui con me. Non più del tutto testa, non ancora cranio. Ostinatamente voltata in un’altra direzione. Lo sguardo fisso, l’occhio sbarrato, non mi vede.
Tutto solito. Niente altro mai. Ma mai tanto fallito. Peggio fallito. Con cura mai peggio fallito. (…)
Sono in gabbia. Vincitrice con il mio premio in gabbia. Sono qui. Potrei andare. Tornarvi. Eppure non posso.
Unica scelta stare in piedi. In qualche modo su e in piedi. In qualche modo in piedi. Questo o gemere. Il gemito così tardo a giungere. No. Niente gemiti. Dolore e basta. Su e basta. Un tempo si sarebbe tentato in qualche modo. Tentato di vedere. Tentato di dire. In che modo prima giaceva.(…)
Le ossa delle mie mani appese alle sbarre, come disperati uncini; le braccia ancora arrotondate a formare una curva morbida, sto così, per sempre, come un ricordo.
Quell’ombra. Un tempo supina. Ora in piedi. Quella un corpo? Sì. Dire quella un corpo. In qualche modo in piedi. Nel vuoto fosco. (…)

Grazie a Samuel Beckett di In nessun modo ancora, 1989 (Einaudi 2008)

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  1. e grazie a te. proprio ieri si parlava di salome… ma non sarai un po’ magica? 🙂

  2. monicavannucchi

    manu, vuoi dire un po’ strega?:-)

  3. stregata, non strega.
    da Moreau? dalla danza? da uno sguardo fisso?
    Comunque da Giacometti.

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