Due passi a Montparnasse

E così ci sono andata.
“Cosa ci vado a fare?” mi dicevo, “non servirà …” continuavo a pensare intubata nei vagoni del Metro, sballottata dal ritmo delle rotaie, mentre facce stanche color della milza mi osservavano.
In un sabato mattina freddino e poco promettente, senza tanta gente in giro, giusto qualcuno a fare la spesa dell’ultimo minuto o a portare a spasso il cane, tutti imbacuccati e  rinchiusi in una propria bolla di disinteresse, in un sabato mattina così, mi sono avviata a Montparnasse.

Volevo vedere; con i miei occhi. Perché attraverso lo sguardo degli altri l’avevo già visto tante volte. Negli ultimi anni ho scorso centinaia di fotografie, alcune le ho studiate con una meticolosità  degna di miglior causa. Non è neanche il mio album di famiglia ma il tuo, si può dire, anche se non si tratta proprio di famiglia nel senso letterale del termine. Ma di questo abbiamo già discusso, inutile tornarci sopra.

Insomma, un piede dietro l’altro, abbastanza di buona lena, dato il clima pungente e l’ansia che mi portavo dentro, sono uscita dalla stazione e ho percorso il breve tratto fino alla rue Hippolyte Maindron. Ero terrorizzata, mi sembrava persino che i miei tacchi facessero più rumore del solito sul marciapiede parigino ( in ogni città del mondo il selciato risuona in modo diverso, questo è sicuro), quindi alleggerivo il mio peso tirando su le spalle, chiudendo ancora meglio il bavero del mio nuovo cappotto e spostando l’asse in avanti, controvento. Il clima prometteva neve, ma per il momento niente, solo una sospensione tra uno stato e l’altro, e anch’io mi sentivo così. Per dirla tutta, un po’stupida, intestardita in un progetto di cui io stessa ignoravo l’utilità.

Ci sono arrivata davanti, al numero 46, con trepidazione e, una volta lì, ho guardato intorno, i palazzi alti, un giardinetto giovane che poco prima si apre un varco verso il cielo, gli incroci delle strade e il flusso del traffico, la rue d’Alesia… cercavo di orientarmi, di respirare a fondo, di captare quella tua speciale energia, che deve essere rimasta lì,  incrostata da qualche parte… il portoncino ora è di ferro, dipinto di verde, quasi signorile, non credo ti piacerebbe. C’è una targa di marmo, a sinistra dell’ingresso, in parte nascosta da un rampicante; l’ho letta, certo, ma non mi ricordo bene cosa dice, che  Alberto Giacometti ha vissuto e lavorato lì dall’anno tale al tal altro, ovviamente. Per guardare all’interno bisogna allontanarsi dall’altro lato della strada, sollevarsi sulle punte dei piedi o saltare, e solo facendo così sembra che tutto sia rimasto com’era, una piccola precaria costruzione di vetro e ferro simile a una serra, addossata all’incombente muro che la fiancheggia, e la scaletta stretta e gli spazi angusti…

Però qualcuno ha preso il tuo posto, letteralmente, e quindi mi sono chiesta “ perché?” Perché tanta cura e rispetto nei confronti dell’atelier di Rodin per esempio, della casa-museo di Bourdelle, a due passi, e di tanti altri artisti e qui, dove si trattava di salvaguardare dieci metri quadrati in tutto, non è stato possibile fare niente? La storia non la conosco, ci sarà una ragione se è stata portata via ogni cosa, staccati persino gli intonaci su cui tracciavi disegni e attaccavi gli schizzi… “qualunque sia questa ragione, non deve essere ragionevole” rimuginavo dentro di me, con lacrime di stizza che mi pungevano gli angoli degli occhi. Allora mi sono ricordata delle tue abitudini e sono andata via veloce a cercare un posto dove mangiare due uova sode con la senape. Intanto cadeva finalmente la neve…

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  1. taniapallabazzer

    E’ stata comunque un’esperienza “liberatoria” per te, forse, nonostante la delusione: un momento importante, anche se incompiuto, del vostro “dialogo”.
    Mi vengono in mente luoghi che per me rivestono una simile importanza, quasi di sacri santuari, e insieme il ricordo del genere di emozione provata visitandoli.
    Ma la prima immagine che mi è arrivata, per associazione, è stata la visita alla casa della mia infanzia, e il tentativo di guardare al di là del cancello, che anche lì era cambiato. Un luogo che, in questo caso, è stato e non è più mio, ma che visito regolarmente nei miei sogni. Non c’entra tanto, ma leggerti mi ha risvegliato questo ricordo, tra le altre cose.
    …” Vedere con i propri occhi”…

  2. lo sapevo che eri andata lì, ci avrei giurato, senza osare chiedertelo. ho ticchettato sui selciati lì intorno anch’io, diverse volte, in cerca di una traccia di simone de beauvoir. (appena mi rimetto ti scrivo di varsavia!)

  3. monicavannucchi

    @tania, sì è stato importante, hai ragione, e anche paradigmatico dei tanti cancelli che si sono chiusi nella vita (ma altri se ne sono aperti:-))
    @manu, sta’ a vedere che ci (s)contriamo a parigi e non a roma, sotto casa!!! aspetto con ansia notizie di varsavia, rimettiti presto, qualunque cosa sia:-)! baci e auguri, moni

  4. Come sono strani gli incontri, come sono uniche le coincidenze a cui la vita ci sottomette. Spulcio per la terza volta nel tuo blog e per la terza volta la mia attenzione cade su tuoi post, tutti pubblicati nel giorno 17 di mesi e anni diversi. Ancora una volta mi sorprendo di come questo numero mi accompagni. Sempre.
    Non è vero. Non mi sorprendo. So e ho sempre saputo che niente e nessuno incrocia per “sbaglio” la tua via. Esiste un Oltre. Chiamalo “Energia”, chiamalo “Buddha”, chiamalo “Angelo custode”, chiamalo “Allah”, chiamalo “Padre Pio”, chiamalo “Javeh”, chiamalo “Niente”, chiamalo Dio. Chiamalo in qualsiasi modo, trova il tuo modo, ma quell’Oltre c’è ed è così evidente nelle sue manifestazioni che effettivamente, ogni volta, mi sbalordisce.
    Così, ancora una volta insieme al mio numero, costruisco il mio pensiero su quello che scrivi, che mi spinge verso i miei ricordi. Questo è quello che mi solletica il cuore in questo momento:il ricordo.
    Immagino che il ricordo di Alberto Giacometti fosse comunque vivo in te, senza bisogno di dover vedere quel portoncino divenuto di ferro freddo e verde borghese, eppure tu sei andata lì senza sapere perché, solo perché ti sentivi dentro un magnete che con la sua forza ti attirava verso quella sua “speciale energia” che era rimasta lì “incrostata” in un luogo. I luoghi ci servono. Non vergognamocene. Siamo uomini , esseri sensibili, che vivono di visioni, esperienze tattili. Solo attraverso queste, tocchiamo l’anima nostra e di coloro che amiamo. I luoghi rievocano sentimenti e sensazioni vissute. Dobbiamo ringraziare quei luoghi che ci permettono di schiarire i ricordi sporcati dal tempo. Arrivi in un posto, ti guardi intorno, annusi, tocchi e in un attimo l’epifania. Ti accorgi che tutto è diverso. Prima di tutto, tu stessa. La vita ti ha sfumato di altri colori, la luce e la prospettiva sono mutate. Il tempo ci frega sempre. Il tempo va, va, va. Non ti chiede mica il permesso. Lui corre, non importa se ti lascia indietro ad arrancare. Menomale esiste lo spazio, esistono i nostri amati Luoghi che nonostante mutino loro stessi e nelle nostre visioni, sono sempre lì, immobili ad aspettarci. Loro ci aspettano. Ci danno tutto il tempo necessario per realizzare il cambiamento. Allora puoi sederti, pensare, provare dolore e malinconia provocati da un senso di mancanza che nonostante i nostri tentativi di estrema razionalizzazione non riusciamo a colmare. Puoi farlo perché, nonostante i secondi facciano ancora click clack nel tuo orologio, la terra sotto i tuoi piedi non ti abbandona, resta. Penso a me, alla sensazione che ho provato quando sono entrata nella casa dove sono cresciuta per i primi otto anni della mia vita con entrambi i miei genitori, da figlia unica, coccolata e viziata da due genitori che mi amavano profondamente ma che spesso erano lontani da una piccola figlia, cresciuta dalle mani di una Tata che mi insegnava a combattere. A otto anni quella casa è cambiata, i miei genitori sono di colpo diventati solo un uomo e una donna che non si amavano più e le loro strade si sono biforcate. Con la loro anche la mia. Ora due case. Due luoghi. Uno nuovo da scoprire, uno vecchio da rinnovare come se non fosse mai esistito in tali sembianze. Così il mio nido era lo stesso, per metà del mio tempo, quando stavo con mia madre, eppure anche allora mi accorgevo di come niente era uguale. Sette anni dopo abbandono il mio nido. Scelgo mio padre, il luogo nuovo, la storia nuova, una sorella in più, che non ha il mio sangue ma è la mia pelle. Mia madre è sempre mia madre, l’unica, ma la guardo negli occhi e mi accorgo che in quel momento non ero pronta per la consapevolezza di vederla semplicemente come una donna, avevo bisogno di essere figlia, più di quanto non ne avessi bisogno a otto anni. Ci siamo separate, dovevo sentirmi figlia prima di poter davvero essere donna. A diciotto anni un evento. Forse l’Evento. Tutto ad un tratto mi scopro inevitabilmente donna e ancora bambina bisognosa del confronto con la donna della mia vita. Mia madre. La guardo negli occhi e ora posso. Ora posso parlare con lei, sentirmi davanti a lei donna, bambina e figlia tutto insieme. Nessuna delle due alza o abbassa lo sguardo…semplicemente una di fronte all’altra ci guardiamo, ci capiamo, ci amiamo e ci perdoniamo. Ora lei deve restituire casa a mio padre, perché la mia maggiore età è raggiunta. Ancora una volta entro nel mio nido, stavolta con mio padre, pilastro della mia vita, irremovibile come fosse uno di quei Luoghi a cui ancorarmi. Insieme a noi, sua moglie, nonché compagna della mia evoluzione e mia sorella di pelle. Lo stesso Luogo, la stessa casa, ancora una volta diversa. Ognuno di noi diverso. Mio padre di nuovo sollevato dal peso di un fallimento. Mia madre, madre ora di due figlie e quindi Io, da figlia unica a sorella maggiore di una e minore dell’altra. Giulia e Laura, due altre piccole e grandi donne,mie compagne inseparabili. Infine la mia casa. Sempre la stessa e sempre diversa, ma così piena di rievocazioni in ogni angolo. Storie, donne, uomini e vite diverse in uno stesso Luogo, su cui il tempo si è divertito.

  5. monicavannucchi

    L’ha ribloggato su I blog di Monica Vannucchie ha commentato:

    Anche questa è una riedizione; nel frattempo la mostra romana di Alberto Giacometti alla Galleria Borghese è ancora in atto. non perdetela.

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