Repetita iuvant

H.Shechter_Uprising 1 (c) Andrew Lang

H. Schechter, Uprising, foto A. Lang

Lo so, ne ho già parlato qui (aprile 2009) dopo avere visto il suo spettacolo a Budapest! Ma siccome ieri sera Hofesh Schechter è finalmente approdato per la prima volta a Roma (la grande metropoli dove il “nuovo” arriva solo quando è già un bel po’ stagionato!), mi fa piacere tornarci sopra.

La serata era composta da due pezzi, il primo Uprising per soli uomini, contemporaneamente frizzante e intimista; il secondo, In your rooms, per tutta la compagnia di undici interpreti, giovani, abbigliati street style e dall’allure rilassata e decontratta.

Entrambe le coreografie beneficiano di una scrittura coreografica che in nessun momento subisce la musica e mai se la dimentica; viceversa la accompagna con una competenza e precisione, nella scelta dei movimenti, nel gioco caleidoscopico di reinvenzione dello spazio, che mi hanno ricordato i migliori pezzi corali di Balanchine.  Anche Schechter, come il grande Maestro americano di origine russa, conosce la musica, ha studiato percussioni a Tel Aviv, proseguendo poi a Parigi, e ha composto i brani dello spettacolo in collaborazione con Nel Catchpole, mixando acustica, elettronica e voce registrata con un risultato per niente scontato e molto potente. A questo proposito ha detto: “la musica ha sempre avuto forte impatto emozionale su di me, con il mio corpo cerco di capirne il significato”.

Altro aspetto fondamentale è il sapiente, direi geniale disegno luci: i danzatori entrano e escono da coni luminosi, pozze di buio li inghiottiscono all’improvviso, non sappiamo mai dove li ritroveremo e spesso li sorprendiamo in volo, poco prima che il pavimento li accolga di nuovo. Non ci sono scenografia né oggetti scenici, ma nel secondo pezzo c’è un ensemble di  tre archi e percussioni dal vivo, sospeso a mezz’aria, che appare e scompare come in un quadro di Chagall.
Tutto questo ha anche il non marginale effetto di focalizzare l’attenzione dello spettatore sui corpi, e di quello che i danzatori fanno in scena non sfugge il minimo dettaglio.

Loro, gli interpreti, sono instancabili e in moto perpetuo, sfruttano materiale dinamico quasi primordiale, raggiungono spesso l’effetto tribal/contemporaneo che  in tempi ormai lontani inventò  Jerome Robbins per il suo West side story. Certo è un altro momento storico e politico, siamo su linee poetiche molto diverse, ma è bello notare sottotraccia ciò che ha fatto la storia della danza del ventesimo secolo. Ed è bello avere avuto il privilegio di rivedere il lavoro di un artista intelligente e innovativo come Schechter.

(Auditorium della conciliazione, 11 novembre 2009, Roma)

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