Jan Fabre

Portement_de_Croix

Ecce Homo, H. Bosch, 1515-16

Orgy of  Tolerance

Non ha deluso le aspettative, con i suoi dieci straordinari interpreti, quattro donne e sei uomini,  il regista europeo che fin dai suoi esordi negli anni Ottanta, si è dato l’obiettivo di scuotere le coscienze, e non solo quelle borghesi, annichilite dal consumismo gratuito, da un finto benessere, dalla perdita degli ideali. Fabre vuole ricordarci che ogni nostro atteggiamento, attivo o passivo che sia, non nasce più da un bisogno reale, ma è semplicemente indotto da un certo tipo di potere. Ce n’è per tutti: le religioni e i loro fanatismi, la politica, il pensiero debole, la moda, lo star system, le droghe, le perversioni sessuali e gli atteggiamenti ossessivo-compulsivi, il turpiloquio, i razzismi di tutti i generi, le ONG, il terrorismo, le mafie, il rock, il pop, il rap; ma anche  un’esilarante parodia dei grandi balletti romantici, in una indimenticabile scena corale con i carrelli del supermercato.

A un certo punto della serata un attore annuncia al pubblico che condirà la faccenda con, tra le altre cose, un tocco à la Bausch e un pizzico di Forsythe; in realtà il lavoro è  un condensato di citazioni colte ma non tutte dichiarate, a cominciare sembrerebbe, dal Pasolini di Porcile e di Salò, continuando con Kapò di Gillo Pontecorvo e la Cavani de Il portiere di notte, passando per i B-movies degli anni Trenta e Quaranta, infarciti di gangster, sigari e whisky, dove di solito c’è sempre qualcuno che viene gonfiato di botte, magari su un ring.

Urticante, provocatorio, calvinista, Fabre forza il limite del comune senso del pudore e appunto della tolleranza, per dirci  che non è obbligatorio sopportare tutto, assuefarsi sempre al peggio e sposare il luogo comune. Ma anche, che un certo tipo di ribellione è un prodotto prefabbricato e un comportamento coatto, che l’aggressività generalizzata e il fuck you pronto effetto non (ap)pagano.

Calata in un elegante contenitore scenico, sostenuta da una drammaturgia asciutta, la lezione morale convince, ma rischia di lasciare un retrogusto amarissimo in bocca. Ed è lì che il rigore tutto fiammingo vacilla  e gli artisti cercano il consenso degli spettatori, con un fuoco di fila di accattivanti trovate, costruite ad hoc, in questo caso per il pubblico italiano, che viene facilmente preso all’amo e applaude felice la messa in scena di tutti i propri vizi peggiori.

4/5 novembre, Teatro Olimpico, Roma

  1. e si, è andata proprio così.🙂

  2. Due docenti di danza e danzatori di mia conoscenza hanno assistito allo spettacolo, ma hanno lasciato la sala senza vederne la conclusione, scandalizzati… Mi chiedo, trattandosi di persone “del mestiere”, se si possa parlare di una questione di “gusto” o piuttosto di effettiva preparazione culturale – poiché immagino che se si sceglie di assistere ad uno spettacolo di Fabre, non ci si possa aspettare niente di edulcorato o consolatorio o misurato …o no? Oppure in questo caso F. ha varcato degli ulteriori limiti?

  3. monicavannucchi

    Cara Tania, cosa vuoi che ti dica! Fabre varca sempre i limiti, da quando lo conosco, e lo conosco da molto tempo, come artista, intendo. Mi capitava, negli anni in cui ero in scena per festival europei, di condividere albergo e ristorante con i suoi danzatori e le discussioni erano sempre appassionate e accese. Però lo stimo molto, lo ammiro per il coraggio, la forza, la coerenza che ha mantenuto anche quando ha raggiunto un grande successo e non solo come regista, ma come artista globale (in questi giorni a Roma c’è una sua mostra al Museo Bilotti). Sono felice che il suo lavoro continui a disturbare, meno felice del livello culturale medio dei nostri colleghi. E’ un po’ antipatico da dire, uno risulta subito spocchioso, ma è così, purtroppo; detto questo, ognuno ha le sue preferenze , i suoi gusti… un salutone, monica

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