Retranslation

Forsythe

Peter Welz, William Forsythe alla GNAM, Roma

Non vuole essere definito un video artista, Peter Welz; immagino che trovi l’etichetta restrittiva, come se tutti gli artisti siano identificabili a partire solo dal medium che utilizzano o privilegiano. In realtà per secoli è andata così: chi dipinge è stato sempre chiamato pittore, chi scrive scrittore, chi danza danzatore, e così via…  solo che ora i ruoli sono molto slabbrati, siamo avvezzi a sperimentazioni continue di materie e metodi da parte di creativi provenienti da ogni settore dell’arte, e a volte, anche da mondi che, fino all’altro ieri, sembravano estranei all’arte.
Se non è un video artista o un film maker, allora direi che Welz è un attento osservatore e utilizzatore dei punti di vista; le infinite possibilità dello sguardo sembrano essere la ricerca alla base di questo suo bel lavoro con il coreografo e danzatore (ancora le etichette!) William Forsythe. Lavoro nato nel 2006 per il Museo del Louvre, che rivisto e adattato, è approdato, per un periodo purtroppo troppo breve, a Roma nello spazio della Galleria nazionale di arte moderna, in seno al Romaeuropa Festival2009.
Su tre grandi schermi lattiginosi e spogli,  angolati in modo da affettare porzioni disuguali di spazio, anche noi possiamo guardare Forsythe che danza, così come lo ha filmato Welz: da davanti, da dietro, da sopra, avvicinando la telecamera o restando discretamente lontano con l’occhio elettronico. Possiamo girare intorno ai pannelli sui quali l’azione si svolge priva di musica, con solo il sottofondo lieve del rumore della danza, simile a quello dei passi sulla neve fresca. E scoprire come il  grande coreografo si sia qui dedicato a una straordinaria operazione di trascrizione di un dipinto di Francis Bacon: Unfinished portrait. La trascrizione è bagaglio riconosciuto della cultura musicale;  compositori e musicisti si sono applicati spesso a tradurre partiture scritte pensando a uno strumento o formazione, per un altro strumento dal colore e timbro diversi, per esempio. Ma rimanendo comunque nell’ambito di uno stesso linguaggio.
Qui con Bacon/Forsythe/ Welz i linguaggi sono tre, senza contare il ruolo indispensabile dello spettatore, libero di scegliere a sua volta altri punti di vista, tempi e modi di fruizione. Sappiamo che anche Bacon lavorava sulle inquadrature e questo crea di partenza una grande affinità con Welz.
Ma come riesce il coreografo nel miracolo di traduzione? Credo che una buona spiegazione si possa trovare in Milan Kundera, nel suo saggio su Bacon, dove scrive: “ … Nella ricerca di Bacon le forme che subiscono “una totale distorsione” non perdono mai il loro carattere di organismi viventi, evocano la loro esistenza corporea, la loro carne, mantengono sempre la loro apparenza tridimensionale. E in più somigliano ai loro modelli! Ma come può un ritratto somigliare a un modello di cui è consapevolmente una distorsione? …”
Osservando da molte angolazioni Forsythe danzare in tutto quel nitore, per accumulazione apparentemente disordinata di movimenti minimi e fuori-centro, accurati ma distorti e deformanti, l’autoritratto si costruisce, si delinea nello spazio bidimensionale degli schermi, in modo sorprendentemente tridimensionale e carnale. Alla fine, quando l’interprete giace esausto, noi vediamo proprio pulsare l’opera incompiuta di Bacon. Ma potremmo dire con uguale esattezza che non vediamo già più niente; eppure, durante il tempo della danza abbiamo osservato ricomporsi il ritratto nella nostra retina e abbiamo percepito che Welz e Forsythe insieme, hanno raggiunto l’obiettivo che si erano dati e, indirettamente, anche risposto alla domanda di Kundera.

(Grazie a Milan Kundera per il“Il gesto brutale del pittore. Su Francis Bacon” in  Un incontro, Adelphi 2009)

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  1. umpf
    (sto pensando)
    🙂

  2. sono ossessiva, monica, lo ammetto. una parte di me da settimane ormai continua a pensare alla tua domanda sulla danza. devo ricordarmi di trascriverti la definizione che ho trovato sul un libro molto poetico che s’intitola neve. ma sono qua per rilanciare, ancora. e se la danza fosse l’unione di più linguaggi? si vede, si sente, c’è… e se la danza fosse una traduzione nel senso più antico e latino del termine? ti abbraccio, tanto. (e grazie.)

  3. monicavannucchi

    cara manu, se tu sei ossessiva, allora io cosa sono? manca proprio l’aggettivo per il mio tipo di “disfunzione” ! alcune volte, quando commento un post qui e lì, mi dico che chi non mi conosce si starà facendo una ben strana idea! Intanto ti rispondo, per quel che posso.La danza si percepisce con tutti i sensi ,spesso è anche una questione di odori e di contatti! e mentre si danza, le antenne sensoriali sono all’erta più che mai. E sì,certo, traduzione come trasferimento da un luogo a un altro, da un liguaggio ad un altro, ma anche come trascorrere del tempo, e pure come mettere in mostra, mostrare. C’è tutto questo, e tu mi ci fai pensare in modo più profondo e attento. Grazie a te, ciao, monica

  4. (ah, quanto prima farò mia la raccolta della orringer… non la conoscevo! :-*)

  5. (la orringer è fuori produzione. ma continuerò a cercarla, ossessiva. :-P)

    • monicavannucchi

      Manu, posso spedirti il libro, se vuoi… anche se a questo punto farei meglio a rileggerla, la orringer, per vedere se la mia intuizione era giusta, ed evitare di spedirti a casa una roba inutile! che ne dici? bacioni

  6. monicavannucchi

    Allora manu facciamo così: io do una veloce ripassata ai racconti in questione e poi te li mando a casa. Però mi serve l’indirizzo. ti propongo di scrivermelo all’indirizzo mail del mio sito, che, per chi non lo sapesse, è http://www.monicavannucchi.com
    Lì c’è una casella di posta, ma avvertimi quando lo scrivi, perchè la apro molto raramente…

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