La domanda cruciale

§ 2

Per dare una risposta soddisfacente alla domanda che avevo lanciato nell’etere, bisognerebbe innanzitutto porsi una questione terminologica: riguardo alla danza, parliamo di “movimento” o di “gesto”?  IMG_6594 foto Cristina Gardumi, Spoleto 2009

Nell’accezione comune  un movimento è un cambiamento di stato che coinvolge interamente il corpo, o meglio il suo baricentro, anche se noi possiamo vedere il suo effetto manifestarsi in una qualunque delle sue parti.  Insomma è, come si dice, un cambiamento “posturale”. Il gesto invece dovrebbe avere a che fare con la mimica facciale, il torso e le estremità superiori, senza implicare uno spostamento del baricentro. Ai gesti, nella vita quotidiana, affidiamo perlopiù la funzione di comunicatori non verbali, sia che si tratti di gesti codificati, in un contesto sociale/culturale, sia nel caso di gesti improvvisati o inconsapevoli.
Nelle tecniche di danza storicizzate, come per esempio nel balletto classico, il movimento è principalmente globale e posturale.

Quando facciamo riferimento alla danza contemporanea, vediamo invece che il ricorso alla gestualità è in alcuni casi, estremo. Ma spesso sono altre le zone del corpo, tradizionalmente considerate a-semiche, delegate a esprimersi gestualmente; quindi, oltre alle mani, alle braccia, a busto e testa, la danza contemporanea affina fino al parossismo, le capacità gestuali di ogni minima porzione della struttura anatomica umana. Divengono gesti quelli delle gambe, dei piedi, di un’anca, di una scapola e così via. Ogni parte del corpo assume su di sé, contemporaneamente, la dignità e la responsabilità di oggetto e soggetto e, in quanto tale, ogni parte del corpo diventa capace di esprimersi con infinite sfumature.

Siamo quindi arrivati quasi al punto: cioè muoversi con intenzione espressiva. Il danzatore contemporaneo è colui che è capace di attingere all’infinita gamma delle possibilità dinamiche insite nel proprio corpo; di farlo con consapevolezza, scientemente e facendosene coinvolgere interamente sul piano psichico ed espressivo; di farlo con sottigliezza rispetto alla gamma delle variazioni e declinazioni possibili di un dato “gesto”. Il danzatore è colui che compie una scelta linguistica precisa e la compie come un atto irrinunciabile: solo quella specifica azione o sequenza dinamica  possono, in quel momento, luogo o condizione, esprimere una poetica.

Tirando le somme quindi possiamo dire che c’è della danza là dove si incontrano coinvolgimento, conoscenza profonda e urgenza espressiva.
( continua…)

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  1. taniapallabazzer

    Cara Monica, secondo queste definizioni è allora corretto concludere che nelle tecniche di danza storicizzate le possibilità espressive sono oggettivamente limitate rispetto alla ricca gamma a cui può lecitamente attingere il danzatore contemporaneo?
    In tal caso, mi domando se sia possibile sostenere che il buon danzatore classico si distingue per la correttezza della sua esecuzione e per alcune qualità espressive, mentre nel danzatore contemporaneo risalta come dici tu l’urgenza espressiva,oltre alla capacità di dare sfumature anche personali alla ricca gamma gestuale di cui può disporre; così però nel danzatore contemporaneo la “correttezza” di esecuzione risulterebbe meno rilevante (da un punto di vista oggettivo) – visto che i linguaggi di molti coreografi contemporanei attingono in modo eclettico alle diverse tecniche di danza.

    Troppe domande…?

    Ma… non c’è fretta di indagare e di rispondere subito a tutto!!!

    A presto!

    PS Aspettiamo la tua recensione di Fabre…sei andata allo spettacolo, no?

  2. monicavannucchi

    Sì sono andata da Fabre e… sto ponzando!! si tratta di cose parecchio serie, accidenti! E sì, parlavo ovviamente più della danza contemporanea, che essendo così “fuori” dai codici, o “oltre” o “tra” i medesimi, si presta per sua natura a ingenerare maggiori confusioni. Però, non credo che le possibiità del danzatore classico o “modern”, che sceglie di esprimersi rispettando i confini di un dato codice, siano più limitate. Penso che sia sempre una questione linguistica; credo che quella che tu giustamente chiami la capacità di dare sfumature personali alla ricca gamma gestuale di cui dispone, rimanga in ogni caso una delle chiavi attraverso le quali l’artista della danza può connotare la propria interpretazione. Poi c’è tutto il discorso legato alla trasmissione del codice, all’apprendimento e all’insegnamento; è questione nodale, culturalmente fa la differenza, ma ne parleremo più diffusamente un’altra volta. Un abbraccio e grazie del commento, monica

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