Le ragazze del Cinquantasei

Per Alberto, ancora.

Forse non l’hai saputo, ma qualcuno si è preoccupato di fare incontrare, una volta ancora, le tue donne veneziane. Non deve essere stato facile: trattative, telefonate, convenevoli e  interminabili chiacchiere. Ma alla fine, eccole qui, di nuovo insieme. Nove, come le Muse. A  chi le guarda da una certa distanza appaiono come un plotone in marcia; con un piglio deciso, perentorio, che non ammette scuse.
Spaventa un poco, questo piccolo esercito risentito. Trasmettono inquietudine nel pretendersi così simili tra di loro, votate a uno stesso compito segreto, determinate. Come fossero brìcole in attesa di offrire un ormeggio che, piantate nell’acqua tremula della laguna, si dividono ordinatamente lo spazio a disposizione, scansionandolo in altezza e in profondità, costringendo chi le osserva a sillabare un conteggio: una, due, tre… quattro, cinque, sei… sette, otto, nove. Dispari, perché l’esistenza è scompigliata.
Ternario il ritmo sulle labbra, binario il ritmo del passo. Cammino, mi avvicino. Camminano? Mentre io, titubante, avanzo, loro si separano le une dalle altre, prima impercettibilmente, poi con decisione. E così facendo, mettono in evidenza le differenze più che le similitudini. Inaspettati dettagli che, rendendole inconfondibili, assegnano un nome a ciascuna. Sono nomi corti, svelti, cantabili, e con l’accento francese. O trisillabici e ribattuti sui denti e sul palato, come Annetta, tua madre, e Annette, tua moglie. Donne con la vita stretta o con vasti fianchi. Con il collo incassato nelle spalle magre e i gomiti incollati al corpo. Dalle mani a coppa all’altezza del bacino, come in attesa di un dono, ma rassegnate a non riceverlo.
Ragazze con i capelli sciolti oppure raccolti; donne calve. A braccia flesse e mento proteso in avanti alcune; altre sostengono con rassegnazione il peso dei propri lunghi arti. Fanciulle dai grandi seni divaricati e penduli, o scavate, svuotate, appiattite.

Pur essendo coetanee, tutte ragazze del Cinquantasei, il tempo con loro non è stato imparziale. Così le une sembrano ripescate da un canale, corrose, incrostate; le altre calcinate dal sole. Ci sono poi quelle plumbee, argentee, con spigoli  dai mille riflessi guizzanti, come increspature sull’acqua.
I bruni rugginosi e gli azzurri ossidati si rincorrono sulla superficie tormentata dei loro corpi, sulle carni ferite da unghiate, sui piedistalli che, modellati come incudini, scatole o talvolta tegole di ardesia della Val Bregaglia, sono blocchi di partenza per un incedere infinito, una interminabile maratona. Non hai dato loro tregua, non c’è riposo per loro, negli anni.

 Giacometti alla Fondation Beyeler fino all’11-10 2009, Riehen (Basel)

  1. Eccoti, finalmente!

    Grande scansione dello spazio e del tempo.
    Uno grande spazio di scena e di vita. Lo puoi guardare, oppure ci puoi entrare.
    Come quando arrivi a Venezia, all’alba, e ti si apre la laguna davanti: scandita, misurata e mobile di luce e di presenze.
    Bellissimo.

    (… e poi, le ragazze del cinquantasei …)

  2. monicavannucchi

    Grzie Lemma! baci,e appuntamento tra i nostri prossimi post.

  3. con ritardo, arrivo e ti scopro. scopro la tua scrittura. scopro punti in comune importanti e decisivi e mi arrendo… eccomi.

  4. monicavannucchi

    Che bello, manu, sei arrivata! Sono contenta!

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