Un sogno

R. Mapplethorpe, Louise Bourgeoisin 1982 with Fillette

R. Mapplethorpe, Louise Bourgeois in 1982 with Fillette

 

Guardo e riguardo questo ritratto di Louise Bourgeois e mi chiedo: “Cos’è che mi affascina di lei? Cosa mi soggioga, oltre naturalmente, alla perfezione formale dell’immagine?  Il sorriso intelligente? Lo sguardo complice? L’aria di chi l’ha fatta franca ancora una volta, e forse per sempre?”  Sicuramente un po’ di tutto questo, credo, ma c’è dell’altro, qualcosa di inafferrabile per il momento, di indicibile…Passano i giorni, passano i mesi, e ogni tanto ritorno a questa foto. Lei è sempre lì che mi sorride nel suo impeccabile bianco e nero, enigmatica come una Gioconda.

 Poi, del tutto inaspettato, affiora il ricordo di un sogno.

Incorniciata nel bianco di una scatola, un parallelepipedo alto e stretto scanalato all’interno da una successione di scalini, sono assorta in un compito delicato: salire le scale, senza curarmi di dove mettere i piedi. Il pensiero, concentrato come un appunto scritto su un foglietto spillato al bavero di una giacca, è teso verso l’oggetto che ho tra le mani, si condensa tutto lì, su quel vaso panciuto di vetro trasparente, che contiene acqua e un solo rigido fiore. Il vaso è un po’ inclinato, lo stringo al seno; il fiore, una calla, è un po’ inclinato, nella sua solitudine si appoggia al bordo. Io guardo fiduciosa la superficie liquida e so che è orizzontale come i gradini. Così, procedo, con passo di figura che sale. E il sogno non si dipana, non ha né prima né dopo, è una minuta scheggia incastrata in un tempo presente.

Louise  non ama rispondere alle domande. Quando Robert Mapplethorpe  la convoca per un ritratto, è dubbiosa; ha paura. Uscendo di casa, prende con sé due cose: la pelliccia di scimmia e una sua vecchia scultura del 1968, Fillette. Indossa la pelliccia e infila la scultura sotto braccio, come ogni brava massaia francese farebbe con la borsetta, o meglio, con una fragrante baguette. Ma la  Fillette in questione è un enorme fallo, turgido, rugoso, con le vene in rilievo.

Lei lo brandisce inforcandolo orizzontale sotto l’ascella, tra tutto quel pelo, e tenendone delicatamente la punta con le dita, come una freccia che indichi una direzione lontana, ben oltre il limite bidimensionale dell’immagine. Sorride di intima soddisfazione: in un solo gesto è materna e selvaggia, immobile e già in movimento, francese e americana, ambigua ed esplicita, come in un sogno.

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  1. Magnifico! E magnifica!

    Questa foto è densa di contenuto, così come lo è quella postata un po’ di tempo fa, della vasca da bagno.

    Il viso di Louise è di una consapevole leggerezza di se’ invidiabile, davvero. E’ il viso di una donna che sa quello che crea: né più né meno. E colui che l’ha fotografata l’accompagna in questa ‘semplice’, in fondo semplice,come il pane, certezza.

    E’ il pane (e non il pene) che affascina, Monica.

    grazie (meno male che stai aprendo i tuoi cassetti)

    :))

  2. monicavannucchi

    Adesso non farmi dire troppo…ma per me il profumo del pane è sempre stato eccitante!!

  3. Penis

    ma chi ha il pane non ha i denti

  4. … lo conosco il giocherellone di sopra…
    sì sì.
    :))

  5. Grace

    finalmente l’ho trovata ! m’identifico sui commenti…
    grazie !
    🙂

    • monicavannucchi

      Ciao Grace, non ho capito se hai trovato Louise Bourgeois o me 🙂 ? nel secondo caso, perchè non mi dai del tu? benvenuta! monica

  6. Grace

    ciao Monica,
    grazie della tua risposta.
    ho trovato Louise Bourgeois e te !!! con il tuo sito ed il commento più raffinato ed accertato su quella foto.
    saluti
    Grace

  7. veronica

    Avevo già scritto un pensiero su questa immagine viva, di Lei, viva ma inconsistente come hai detto tu, come un sogno. Lo avevo scritto su un quaderno che ti avevo consegnato e che ho perduto, quindi mi ritrovo di nuovo di fronte a Lei a riformulare e riordinare lampi e idee che derivano da questa donna potente nella sua solidità. Ancora una volta il 17 mi insegue, non solo il 17, ma proprio il 17 luglio.
    Louise Borgeois, il sogno, il 17 luglio. Tre dati su cui non posso non fermarmi. Fanno parte della mia storia. Tutti e tre, attraverso flussi diversi, hanno cambiato il corso del fiume che sto navigando.
    Ma voglio parlare di Lei, della forza espressiva di questa potenza naturale che si è incarnata in Louise Borgeois. Ricordo l’istante preciso in cui il mio sguardo si è catapultato senza difese su una delle sue opere. Era solo una fotografia, eppure l’immagine rendeva comunque la potenza della tridimensionalità reale di quel sesso metaforico, ma chiaro e inconfondibile. Allora, in quell’attimo, è come se avessi letto “La Divina Commedia”, colma di metafore e analogie geniali. Alla prima lettura tutto sembra oscuro, eppure se ti fermi a realizzare l’immagine che le parole ti suggeriscono, il significato si scolpisce nella mente che è marmo, dura da modellare ma una volta scalfita, eternamente trasformata. Così Louise crea le sue opere. Dante ha usato Inferno, Purgatorio e Paradiso, Louise usa il sesso. Ma entrambi non vogliono dai loro fruitori una lettura narrativa, né una visione immediata. Entrambi cercano un oltre che si cela dietro la potenza delle parole, dentro la materia delle sculture.
    Louise stimola una ricerca di qualcosa che è molto al di là dell’evidenza.
    La guardo in questa foto, con quel pene in mano, enorme, scaldato da quella pelliccia che non può essere nient’altro che il suo sesso femminile, che sorregge il suo opposto. Allora mi accorgo di come lei riesce a dare senso e significato a tutto. Cosa sarebbe quel fallo senza la pelliccia? Cosa sarebbe quella pelliccia senza il suo Fillette da scaldare?…Cosa sarebbe l’uomo senza la donna? E viceversa? E’ l’unione, l’accostamento che crea forza e contenuto. Ma la cosa più bestiale è il suo sguardo vivido e furbo, ma sempre leggero. La sua capacità di non creare imbarazzo. Perché per lei tutto è naturale. Quando si parla di lei, si può parlare di tutto senza un minimo di ritrosia. E’ lei che ci permette questo lusso, perché ci ricorda la naturalezza, il minimalismo dei nostri corpi.
    Ricordo quando mi sono recata a Londra ad adorare una retrospettiva su di lei. Prima un corridoio costellato di corpi, di sessi, di dettagli corporali piccoli e grandi nei quali la dimensione non corrispondeva alla forza. Poi l’arrivo in un enorme stanza e all’interno di essa, altre stanze create da lei, ognuna un sogno a se stante, una storia diversa. Che donna! Corpi che si uniscono senza regole, non importa se si è uomo o donna, l’importante è l’unione, lo scambio. Ancora una volta colpisce dritta il bersaglio. Non c’è immagine migliore di corpi promiscui che si fondono l’uno nell’altro per spiegarci l’importanza dell’anima. Solo chi riesce a dimenticarsi del proprio corpo, del proprio sesso, delle convenzioni legate all’essere donna o uomo, riesce davvero a scoprire la propria anima e la ricchezza che deriva dall’unirsi.
    Ogni opera che crea sembra sempre sconcertante, ma è solo un’idea, è solo l’impressione. In realtà quando si osservano le sue sculture, le sue installazioni si rileva solo l’incommensurabile potenza della natura. La forza che racchiude un corpo, non in quanto corpo materiale bensì come involucro di energia, anima e sogno. Questa per me è la più grande abilità di Louise, sfruttare il corpo per giungere nell’ anima.

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