Non ci sono nascondigli

Bimbo che crea curve con le braccia

Bimbo che crea curve con le braccia

La Star Primary School si chiama così per via della sua architettura rivoluzionaria: una pianta a forma di stella, su un unico piano aperto e comunicante, con pareti interamente di vetro. La commissione è venuta a vederla perché è nuova ed entusiasmante. I bambini si riuniscono in piccoli gruppi almeno all’apparenza spontanei, in questo o quel braccio della stella, portando con sé gli astucci coloratissimi, gli sgabelli di plastica, i tavolinetti. Non sono raggruppati per età, né per materia, ma in base a una qualche autonoma scelta di attività. Un gruppo sta facendo sinuose ciotole di creta. I bambini più grandi aiutano i più piccoli. Un gruppo è intento a versare acqua in una serie di recipienti di plastica, misurandola con aria solenne e registrando l’altezza all’interno di ciascun contenitore. I più piccoli versano. I più grandicelli misurano. Altri ancora più grandi compilano il grafico delle misurazioni. In un altro braccio della stella i bambini sono occupati nell’osservazione di lumache che si arrampicano lungo le pareti di un recipiente di vetro e ne disegnano le antenne, la bocca, il mantello. Un popolo pigmeo passa velocemente e rumorosamente da uno spazio aperto all’altro, gridando:-Abbiamo urgente bisogno di un cucchiaio di legno, – oppure:- Mandy l’ha fatta di nuovo-. Una bimba, all’estremità di un braccio della stella, fa funzionare il registratore e qualcuno accanto a lei suona il tamburo. Dal momento che non ci sono aule e corridoi, i lavori dei bambini sono esposti su cavalletti al centro della stella. Ci sono i giornalini settimanali fatti dagli alunni e una mostra di ritratti: La mia famiglia.
In un braccio della stella c’è l’angolo dei libri, con uno scaffale rotondo, tanti cuscini, e molti libri ammucchiati a terra alla rinfusa. C’è un gran chiasso. Un chiasso nell’insieme motivato, acuto, variegato, operoso, ma forte. Alexander – come parte dei membri più anziani della commissione- è colpito dal contrasto con la propria esperienza scolastica. Questi bambini nei loro abiti multicolori che si muovono in libertà, sono creature diverse dal bambino timoroso, ubbidiente, guardingo che lui è stato. Un retaggio inevitabile per tutti i membri della commissione che non sono insegnanti, e anche per quelli, come Alexander, che lo sono stati e non lo sono più, è la paura, l’antico freddo terrore dell’edificio scolastico, del potere, dell’autorità, del giudizio. In un posto così tutto ciò non esiste più. Gli si avvicina una bimbetta con un imparaticcio a maglia; dice:- Mi scusi, credo che mi sia caduta una maglia, guardi che buffo, come buchi di tarme, me lo mette a posto?- Lui prende il ferro, lo infila nella lana. La bambina dà per scontato il suo aiuto, lo considera un diritto. Lui rileva la similitudine “come buchi di tarme”.
Malgrado tutto ciò, il rumore gli ha procurato un principio di emicrania. Dove sono gli angolini in cui un bambino com’era lui può rifugiarsi, rannicchiarsi e leggere? Non ci sono nascondigli. Tutto spazio aperto, tutta vita di gruppo.

Da La torre di Babele di A. S. Byatt, Einaudi, 1997

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  1. Non ci sono quegli angolini, non sono previsti quei bambini lì. In tanta luce e spazio aperti si può, paradossalmente soffrire di claustrofobia.
    Mi viene in mente una canzoncina che ci facevano cantare all’asilo:

    La solitudine si deve fuggire
    sol con le compagne si può gioire.

    Non ne ero sicura allora … infatti me la ricordo ancora.
    Bhà!

  2. monicavannucchi

    Il terrore della solitudine!una paura che si avvicina all’horror vacui; eppure la solitudine è condizione necessaria e privilegiata nell’infanzia e anche a volte nella vita adulta. Vado a ripescare uno scritto di Genet, sulla solitudine, dedicato a Giacometti e così andiamo avanti nel dibattito! Che bello!

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